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martedì 2 dicembre 2014

ROBERTO FRANCO: L' Opus Metachronicum di Sonia Caporossi




La breve opera di Sonia Caporossi, pur misurandosi sul terreno della citazione letteraria e della riflessione filosofica, in dodici racconti è capace di turbare l’animo del lettore, scaraventarlo in un viaggio che ha del cosmico e dell’infernale; anzi, racchiude in sé il cosmico e l’infernale, come solo un sogno può fare.
Con le loro diversioni “metacroniche”, i lori voluti lapsus metastorici e metaletterari, le rappresentazioni dei personaggi storici, mitologici e letterari raccolte nel volume sono distorte con una precisione raggelante, per aprire le loro vicende a una riscrittura che ha del narcolettico e del visionario.
E una “sovraverità”, quella che l’autrice con chirurgica sapienza dischiude, in quanto verità che opera su più piani contemporaneamente, riuscendo nell’intento di trascinare il lettore in un unico vortice di poesia, ironia e orrore che abbraccia l’intera storia umana e, non secondariamente, l’uomo stesso. 
Non è quindi una semplice “trovata” quella di un Marcel Proust che imprigiona e sevizia il suo personaggio Albertine nell’impossibile e folle intento di imparare ad amarla, ma la chiave per avere accesso a un Proust segreto, sotterraneo, letto tra le righe, spezzato e ricomposto, restituito a un suo senso più onirico. O quella di un Erostrato trasportato nel tempo, fino all’antica Grecia, da una statua di Fidia che gli mostrerà la sua imperdonabile colpa per cui egli è dannato in eterno; colpa ancestrale e inattuale, sacrilegio irrimediabile che sale fino alla nostra epoca come inconscio collettivo: la civiltà che non conosce il perdono (nel senso attuale del termine) è ancora dentro di noi, sembra l’inquietante profezia qui sottintesa.
Come non sono mere “trovate” quelle di un Monsieur Bovary, medico talmente assetato di sangue, da uccidere l’altrimenti celebre consorte per cibarsi del suo, o di un Pier Paolo Pasolini che, osservando un gatto randagio, rivive magistralmente la propria disperazione esistenziale poco prima di essere ucciso.
 Vertici poetici, esistenziali, notturni che la Caporossi raggiunge in particolare in un Prometeo che parla all’avvoltoio che lo sevizia come fosse un fratello, o in una Marguerite Yourcenar che scrive, quasi da una dimensione ultraterrena, alla compagna defunta; per non parlare di un kafkiano Stachanov rappresentato mentre, ormai cieco e sordo, scava con le unghie un cunicolo che avrà fine solo con la propria morte, per la gloria di un Partito l’appartenenza al quale basta per colmarlo di senso esistenziale.
La tessitura onirica di una storia sotterranea o addirittura “controstoria” dell’umanità, è uno dei risultati, non so quanto voluto, di questo libro incredibile, colto, ma mai arido; essa ci lascia intuire che la vena profondamente creativa dell’autrice ci riserverà altre sorprese.   

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