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lunedì 27 gennaio 2014

ANDREA A. IANNIELLO: La fine del mondo moderno





Occorrerebbe prende coscienza di due cose, guardando da due parti come Giano – ma non come Gano – due cose che andrebbero prese in esatta e pienamente reale considerazione: 1) il mondo moderno è finito. Le sue basi si sono esaurite, gli atti compiuti in quest’ultimo decennio l’hanno terminato, ma, quando venisse un cambiamento, le forze che ci han qui portato non avrebbero più alcuna forza di condizionamento. 2) Le supposte (di quelle che si mettono nel didietro per curarsi ma talvolta non sono efficaci) ricette per “‘uscire’ dalla crisi” sono stantie cose vecchie che occultano il punto 1) “di cui sopra”.
Un’età di chaos: questa è la nostra epoca, priva di un lume, ma piena d’illuminazioni posticcie e fasulle, quasi scene di teatro. Scene oscene, nessun dubbio su questo, e questo laido immondo teatrino presto si volta in farsa, con il riso appiccicato sul viso, per di più molto ma molto mal cotto. Le differenti tendenze e le varie correnti mentali contemporanee appaiono totalmente succubi delle forze dominanti, ed hanno prodotto un fallimento pressoché completo nel cambiare l’Agenda di marcia e cioè gli obiettivi, i fini, gli assunti basilari dominanti. Che spettacolo dell’errore. Le false vedute imperano e condizionano su direzioni dalle quali nulla di reale potrà mai venire. Chi comanda le correnti mentali del mondo, comanda effettivamente il mondo. Il reale si sostiene sul presupposto irreale. Se tu non modifichi “il modo di pensare”, modificare le istituzioni è pressoché impossibile. Ogni cosa ha il suo “modello” nascosto, l’occulta intelaiatura: è lì che ci sono le radici ed i semi delle cose future. Ma il nascosto deve diventar palese, il palese nascosto. Tu puoi dar forma ad un qualcosa solo a partire da un modello: che sia esterno o interno fa la differenza, ma non cambia il punto di cui stiam parlando qui. Vi è come uno stato psichico delle civiltà, che occorre  ben considerare.
Si parla delle similarità e delle differenze fra questa crisi e quella, molto simile, degli Anni Trenta del secolo scorso, un’epoca comunque di creatività: quel che oggi manca è il desiderio di una risposta creativa alle crisi, ormai da molto tempo in atto. Uno spunto interessante potrebbe ritrovarsi nel ripensare le avanguardie degli anni Venti e Trenta del secolo scorso, come spirito, non come “ricerca linguistica”, che ha fatto il suo tempo, e da molto tempo. Lasciamo la seduzione della ricerca linguistica fine a se stessa a chi ama seguire le sirene o non può farne a meno: che mai noi si sia fra costoro.
Desidero portare al centro dell’attenzione lo scritto Evola dadaista, Vozza editore Casolla (Caserta), 21 dicembre 2011, costo contenuto (Euro 10,00, pp. 54). Il libro si compone di due parti: il secondo intervento, di F. Franci, parla proprio dell’aspetto specificamente pittorico di Evola “dadà”; nel primo intervento, invece porto avanti una riflessione su taluni temi di fondo, come la chiusura basilare degli ambienti culturali e la loro illusione che basti dichiarare la “proprietà” su di uno spazio mentale per aver fatto chissà che, quando il padrone della terra non lo metti in questione: ma a che serve, in definitiva e fatto salvo l’interesse personale? Domanda retorica.
Certo che “l’interesse personale” esiste ed è anche legittimo, ma come pretendere di opporsi con l’interesse personale al mondo basato e costruito sul dominio assoluto dell’interesse personale? E’ una contraddizione in termini.
Dunque fine del mondo moderno? In che senso? Nel senso della realizzazione effettiva delle sue premesse di base; ma, quando un processo raggiunge il suo scopo, per ciò stesso cessa e non può continuare oltre.  Altro tema di fondo è: Bene male – mondo tradizionale - [1].
Detto altrimenti, l’altro tema del libro (del primo intervento, “Andar oltre” il titolo) è che troppo spesso si cerca di unire certe tematiche ad un “conservativismo” semplicistico e becero: le cose, anche dal punto di vista storico, sono ben più complesse. 
Occorre riflettere davvero sulle prospettive di fondo, e il caos dominante oggi di certo non favorisce questo fatto, ma solo dal ri-porre al centro le prospettive generali e su distanza più lunga dell’immediato potrà, forse, venir fuori una soluzione vera.






[1]    Cfr., su questo tema, anche Il problema della tradizione demolita: http://associazione-federicoii.blogspot.it/2013/06/il-problema-della-tradizione-demolita.html. 

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