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venerdì 31 gennaio 2014

Quando le "pompinare" erano le parlamentari del centrodestra...



Leggo questo (qui la risposta dell’accusato che parla di uno schiaffo ricevuto da un’altra parlamentare dell’M5S contestualmente a quello che accadeva alla Camera). 
Non posso non ricordare che ai tempi in cui in tant* davano della pompinara alla ministra, motivati dal loro antiberlusconismo, in poche abbiamo scritto che fosse frutto di moralismo e che quella morbosa ossessione per le attività private delle donne elette nel Pdl, le quali in quanto bone e vicine al cavaliere dovevano per forza aver reso servizi sessuali, non avrebbe prodotto nulla di buono.
La piazza antiberlusconiana per eccellenza fu quella di un 13 febbraio in cui potevi leggere riferimenti a varie “troie” o “zoccole” e ricordo che a uno slogan che diceva “via le zoccole dallo Stato” rispondemmo (con FaS) con un “via lo Stato dalle zoccole“. Ci furono mega puntate di talk show tv in cui politicanti vari, cabarettist* e vari personaggi in vista in questa provinciale Italia, sostennero la legittimità di certe accuse certo non comprovate da testimonianze e dunque non è legittimato nessuno a sostenere che le parlamentari dell’ala berlusconiana siano arrivate lì (e dal giudizio sessista si escludevano certo gli uomini) in virtù di una loro efficace prestazione sessuale e nessuno è legittimato a raccontare, se l’ha fatto, che quelle del centro sinistra abbiano acquisito titoli e meriti perché l’hanno data ad altri capi di partito.
E’ bene ripensarle certe cose perché a volte si rimane vittime di culture alle quali non si è state in grado, in termini culturali – per tanta indignazione che portava a dividere le donne perbene da quelle permale – di contrapporre un pensiero autenticamente antisessista. Perché l’antisessismo dovrebbe essere praticato sempre e non soltanto quando tocca una parte politica a noi (a voi) più affine.
Quindi io sono solidale con le tante donne insultate, nel tempo, da giudizi sessisti e moralisti di ogni tipo, offerti da uomini e da molte, troppe, donne e sono solidale con quelle che oggi dicono di essere state offese.
L’offesa grande, comunque, in questi anni, l’hanno subita, senza che nessuno o quasi ne abbia fatto parola, anche le sex workers che vengono usate come riferimento di uno stigma negativo e improprio. E se anche queste donne fossero arrivate in parlamento vorrei proprio vedere come e perché qualcun@ dovrebbe giudicarle meno intelligenti, competenti, brave, giusto perché nella morale italiota chi usa il corpo per campare non avrebbe sufficienti neuroni per fare altro. Ma questa è un’altra storia.
Buona serata!
Ps: Pompinofobia a parte, ricordo all’epoca che solo se provavi a parlarne in altri termini, specie su facebook, arrivava un’orda di donne inferocite che rivendicavano il diritto di usare il termine “zoccola” riferito ad alcune. Direi che la storia culturale di un paese è il frutto di tanti fattori e non solo dell’ultimo accadimento. E con ciò non dico affatto che a essere offese oggi sono quelle che hanno offeso a propria volta, anzi. Sono certa che non è così. 

martedì 28 gennaio 2014

STEFANO ZECCHINELLI: Israele, l'alleato degli antisemiti di tutto il mondo



1. Il sionismo poggia, essenzialmente, su tre fattori: (1) il legame delle elite dominanti ebraiche con alcune fazioni particolarmente forti del capitalismo transazionale; (2) l’influenza politica della lobby ebraica. E’ risaputo che qualsiasi politico che negli Usa volesse fare carriera deve legarsi a questa lobby. La lobby, inoltre, come ha spiegato Manuel Freytas ( consiglio a tutto la lettura del saggio Il potere occulto: dove nasce l’impunità di Israele, testo facilmente reperibile ), controlla anche gran parte dei mezzi di comunicazione negli Usa come in Francia ( su questo punto rimando alla lettura di Roger Garaudy ); (3) l’immensa macchina burocratico repressiva e militare di Israele.
Tutto questo, oggi, fa di Israele il capo di ponte del terrorismo imperialistico mondiale.
2. Lo Stato terroristico di Israele usa, principalmente, due protesi ideologiche: (1) la religione giudaica ( la ‘religione reale’ di quello che viene definito ‘popolo ebraico’ ); (2) la religione dell’olocausto ( il culto immaginario che fa da alibi ai sionisti per i loro crimini compiuti contro il popolo palestinese ).
Molti sprovveduti riconducono il sionismo, solo ed esclusivamente, a questioni religiose; nulla di più falso. Per contestare questa tesi è opportuna una citazione tratta dallo studio di un grande marxista ebreo, combattente antifascista morto in un lager nazista, Abram Leon: ‘Il sionismo non ha mai posto seriamente i seguenti quesiti ( il ritorno nella loro antica patria ): perché durante questi duemila anni, gli Ebrei non hanno mai realmente tentato di tornare nel loro paese ? Perché è stato necessario aspettare fino alla fine del XIX secolo perché Herzl riuscisse a convincerli di questa necessità ? Perché i predecessori di Herzl, come il famoso Sabbatai Zevi, furono trattati da falsi messia ? Perché i seguaci di Sabbatai Zevi furono perseguitati fieramente dal giudaismo ortodosso ?’ ( Abram Leon, Il marxismo e la questione ebraica, Ed. La giovane talpa ).
Mi scuso il frequente ricorso a citazioni ma, per analizzare con metodo scientifico l’imperialismo israeliano ed avere chiara la sua pericolosità, è importante fare ricorso a delle conoscenze storiche acquisite.
La studiosa Myriam Abraham, in un articolo molto documentato, ha chiarito che l’accordo fra l’hitlerismo ed il sionismo riguardava Soltanto gli Ebrei provvisti di un "Certificato Capitalista" emesso dalle autorità britanniche e che provava che essi possedevano l'equivalente di 5.000 $ erano autorizzati a emigrare in Palestina. Oltre al fatto di colonizzare la Palestina, quest'Accordo di Trasferimento ha permesso ad alcuni Ebrei definiti "emigranti potenziali" di proteggere i loro beni in questi conti bancari speciali ai quali essi non avevano accesso che acquistando e vendendo dei prodotti tedeschi. Questi conti "di emigranti attivi e potenziali" rappresentavano milioni di Reichsmark sia per i Nazisti sia per i Sionisti’.
Che cosa c’entra la religione in tutto ciò ? Ben poco. Abbiamo, in realtà, un accordo fra due forze imperialistiche e terroristiche ( i nazisti ed i sionisti ) per la colonizzazione di un certo territorio.
Potevano emigrare gli ebrei muniti di un Certificato Capitalista – dice il vile Accordo – che avrebbero RUBATO ad i palestinesi le loro terre. Un chiaro progetto di espansione neocoloniale.
3. Un altro mito duro a morire è quello dell’antifascismo sionista ( da non confondere con l’antifascismo ebraico che ci fu e fu eroico ). Molto brevemente faccio cadere anche questo tabù.
Perché nessuno ricorda che terroristi sionisti come Jabotinski, Sharon e Begin furono ammiratori di Hitler e Mussolini ? L’attentato all’Hotel King David, guidato nel 1946 dal terrorista Begin ( riconosciuto da tutte le autorità britanniche come tale ), provocò la morte di diciassette ebrei, eppure Begin divenne capo di Stato in Israele. Non fu questa una strage antisemita ( dato che morirono degli ebrei ) portata a termine dai sionisti ? Di certo l’ideologia ufficiale ha grossi problemi a rispondere a questa domanda.
Israele dice di difendere gli ebrei nel mondo ( di certo non in patria date, anche, le criminali politiche neoliberiste interne ) quando in realtà si è alleata con regimi filo-nazisti ed anti-semiti.
Il marxista argentino Nestor Kohan ci ricorda che La colaboración del estado de Israel —venta de armas, votos de la dictadura a favor de Israel en Naciones Unidas, etc.— con la dictadura militar, genocida y antisemita del general Videla no fue una excepción. Lo mismo hizo con otros regímenes fascistas o de extrema derecha como los de Augusto Pinochet (que usaba el uniforme nazi) en Chile, Anastasio Somoza en Nicaragua o el régimen neonazi del apartheid en Sudáfrica. Todos estrechos aliados, como Israel, de la cabeza madre de la serpiente extremista, el estado norteamericano: USA. ¿Una casualidad?’.
Che cosa c’entra con l’antifascismo l’appoggio a Somoza, Pinochet, Uribe ed i narcotrafficanti latino-americani ? E’ vero quello che dice Kohan: tutti gli alleati fascisti dell’entità sionista sono fantocci del serpente statunitense.
Dei 30.000 desaparecidos argentini circa 2.000 erano ebrei ma Israele, a quanto pare, usa in modo molto selettivo l’accusa di antisemitismo. Nessun governante sionista ha definito Videla antisemita, anzi hanno sempre rivendicato i legami ( principalmente dettati dalla Fondazione Rockefeller che patrocinava la giunta militare argentina ) con il regime militare argentino.
Israele nasce con il contributo degli ebrei filo-fascisti che fecero perseguitare gli ebrei assimilazionisti vicini al movimento operaio. Le ragioni di tale odio sono politiche e sociali dato che il sionismo rappresenta gli interessi della borghesia ebraica.
In Spagna gli ebrei antifascisti combatterono coraggiosamente nelle Brigare Abram Lincoln, distinguendosi per coraggio e spirito di lotta, mentre i sionisti appoggiarono economicamente e politicamente Franco, un generale antisemita prima fantoccio di Hitler e poi collaborazionista con l’imperialismo americano.
Israele dice di difendere la cultura ebraica eppure lo jiddish non viene parlato al suo interno. Usa il giudaismo come protesi ideologica ma, gran parte degli israeliani, sono atei o comunque non praticanti. La verità, invece, è che l’entità sionista ha trovato la collaborazione di gruppi di rabbini perversi che hanno revisionato la religione ebraica, facendo una balorda commistione fra giudaismo e calvinismo, rendendola aderente alle necessità espansionistiche della macchina da guerra israeliana.
Lo Stato ebraico è, al pari della Rhodesia e della Germania nazista, uno Stato etnico. In Israele non esiste una sinistra, i laburisti ( o quelli che si dicono tali ), hanno le mani sporche del sangue dell’eroico popolo palestinese. Detto questo i rabbini revisionisti hanno appoggiato, dalla metà degli anni ’70, l’ascesa di quei partiti di destra, il Likud, che Hannah Arendt aveva indicato come gli eredi dell’hitlerismo.
Ma esiste davvero un legame fra l’antisemitismo ed Israele ?
In Europa giornalisti ignoranti dimenticano che anche gli arabi sono semiti. La coerenza dovrebbe spingerci a ritenere il comportamento dell’entità sionista, quindi, di contro, antisemita.
Israele è un regime illiberale: (1) ha silenziato Ilan Pappe il quale ha documentato la pulizia etnica della Palestina; (2) ha diffamato storici come Shlomo Sand il quale ha rivelato come gli ebrei di Israele non siano semiti ma kazari. Vengono dalla, così detta, tredicesima tribù; (3) ha emanato una legge, a metà degli anni ’80, in cui mette al bando tutti i partiti che contestano il carattere etnico ( quindi razzista ) dello Stato ebraico.

Smascherare i miti della politica israeliana, oggi, è necessario per capire chi davvero sono i nemici del diritto di autodecisione dei popoli, in Palestina ed in tutto il mondo. Il sionismo è un problema che ci riguarda e va combattuto con la stessa forza, con cui, anni fa si sconfisse in nazismo. Negare questo significa essere complici di miserabili assassini !

ANTONELLO CRESTI: David Sylvian, alla periferia del rock



Il poeta e pittore visionario inglese William Blake scrisse che solo “la strada dell’eccesso conduce al palazzo della saggezza”… Si tratta di una massima alla quale moltissimi dei protagonisti del mondo della musica rock si sono attenuti, con alterni risultati. In effetti la dimensione dell’eccesso, dell’oltrepassamento del limite, sembra in qualche modo esser connaturata a certe espressioni creative, tuttavia vi sono anche stati e vi sono tuttora artisti che percorrono un itinerario inverso, procedendo per sottrazione, riconducendo il tutto all’apparente nulla… E’ senza dubbio questo il caso del musicista inglese David Sylvian, uno dei protagonisti assoluti della scena sperimentale britannica degli ultimi trenta anni, il quale, protagonista della scena art pop dei primissimi anni ottanta coi suoi Japan, prototipo perfetto dell’icona pop, bellissimo, ossigenato, dalla presenza magnetica, ha preferito abbandonare ogni ipotesi divistica e di facile successo per intraprendere un percorso alla ricerca di sé e delle proprie profonde esigenze espressive. E’ questa la storia che racconta la bella e corposa biografia dello scrittore e giornalista Christopher E. Young “On the Periphery” (Malin Publishing, pp. 384, euro 29,55) dedicata esclusivamente alla parabola solistica di Sylvian, iniziata esattamente trenta anni fa; si tratta di una vicenda in perenne evoluzione, piena di ripensamenti, anche di sofferenze (Sylvian ha attraversato momenti di depressione clinica ed ha fatto uso di cocaina), ma nella quale non è difficile rintracciare un senso di linearità, che è appunto rintracciabile nella volontà di mirare all’essenziale, spogliando la propria musica (ed il proprio personaggio) da qualsiasi orpello tipico della concezione rock-pop.
Da artista coraggioso dunque Sylvian intraprende una carriera solistica con il manifesto intento di dissipare il consenso conquistato negli anni precedenti e di crearsi una nuova credibilità negli ambienti della sperimentazione radicale, una scelta che lo porterà a confrontarsi e collaborare con alcuni degli esecutori più creativi degli ultimi decenni, dai celeberrimi casi incarnati da Sakamoto e Fripp, sino ai protagonisti della scena jazz che si raccoglie attorno all’etichetta ECM. Per tutti gli anni ottanta alternerà splendidi lavori ancora legati alla tradizione cantautorale (come l’immenso “Secrets of the Beehive”, del 1987), in cui sembra rileggere con personalità la lezione di Nick Drake, ad altri episodi più dichiaratamente sperimentali. Dopo, fatta eccezione per un album in coppia con Fripp, che rappresenta una rara incursione nei territori esplicitamente rock (“The First Day”, del 1993), si ritirerà progressivamente da ogni ribalta per elaborare una sintesi che fosse solo ed esclusivamente sua. Occoreranno anni per ascoltare un suo nuovo album solista di canzoni, nel 1999, ma Sylvian è oramai oltre e quello che pare essere la sua tensione artistica è la decostruzione del tradizionale formato canzone: crea una sua etichetta discografica, per non avere condizionamenti di sorta, e pubblica due album, “Blemish” e il più recente “Manafon”, del 2009, che sembrano suggerire un punto di arrivo della poetica sonora sylvianiana: in essi la voce dell’artista si staglia su sequenze scomposte di note improvvisate o addirittura su impalpabili, quasi inudibili, suoni ambientali. Se esiste una ipotesi radicale di scomposizione dei linguaggi popolari, la dobbiamo proprio all’artista inglese e alla sua coraggiosa e pervicace volontà di posizionarsi in una terra di nessuno, alla periferia dei linguaggi già codificati. La sua ipotesi, per qualche strano meccanismo di ricezione, è sempre stata accolta con particolare favore proprio nel nostro paese e brani dell’opus sylvianiano compaiono sovente anche nelle colonne sonore dei film di Carlo Verdone, tanto per dirne una…

L’uscita di questa biografia, per ora solo in lingua inglese, dovrebbe soddisfare i tanti interrogativi e curiosità attorno al lavoro di questo musicista ritirato e taciturno, che è riuscito ad ammaliare pur senza mai titillare in maniera consolatoria i presunti gusti del pubblico.

versione integrale dell'articolo uscito su Il Manifesto del 25/01/2014

lunedì 27 gennaio 2014

DIEGO FUSARO e ALDO GIANNULI: E se Tsipras fosse l'ennesimo bluff della neosinistra?



DIEGO FUSARO

Recentemente, in un’intervista pubblicata su un giornale greco, l’editorialista di Repubblica Barbara Spinelli ha preso posizione a favore della candidatura del leader di Syriza, Tsipras, a presidente della Commissione Europea. La Spinelli si augura la nascita di una lista di sostegno in Italia: “Non dovrebbe essere – ha detto – una coalizione dei vecchi partiti della sinistra radicale ma qualcosa per scuotere la coscienza della società con l’obiettivo di unire tutte le forze colpite dalla crisi”. Per un’altra Europa, contro l’austerity e i nuovi nazionalismi.

Le intenzioni sono buone, la via proposta è pessima. Quel che né la Spinelli né Tsipras mettono in luce è che l’Europa federale dei popoli fratelli e democratici non è possibile se non uscendo dall’odierno lager eurocratico. Riformarlo in corso d’opera non è possibile. Ciò che sembra sfuggire tanto alla Spinelli quanto a Tsipras è che solo uscendo dall’euro e dall’odierno incubo si può perseguire il sogno desto di un’altra Europa, ossia, appunto, l’Europa dei popoli fratelli e degli Stati democratici sovrani. Tutto il resto è chiacchiera politicamente corretta di sinistra. In poche parole, la Spinelli e Tsipras vogliono democrazia, giustizia sociale e libertà dei popoli e, insieme, vogliono mantenere ciò che le rende impossibili, appunto l’odierno dispositivo eurocratico.

Come giustamente ha rilevato Alberto Bagnai, la funzione della moneta unica non è servire i popoli, ma asservirli, rinsaldando il potere dell’oligarchia finanziaria e del grande capitale europeo, cifra macabra di un’Europa finanziaria in cui i popoli e le nazioni non contano più nulla né come soggetto politico, né come soggetto sociale. Se non si abbandona la dittatura della moneta unica, se non si riconquista la sovranità democratica dei popoli e delle nazioni, ogni tentativo di perseguimento della giustizia sociale è inevitabilmente votato allo scacco.

Il progetto eurocratico si rivela organico alla dinamica post-1989 a) di destrutturazione degli Stati nazionali come centri politici autonomi (con annesso disciplinamento dell’economico da parte del politico) e b) di “spoliticizzazione” (Carl Schmitt) integrale dell’economia, trasfigurata in nuovo Assoluto. Dal Trattato di Maastricht (1993) a quello di Lisbona (2007), la creazione del regime eurocratico ha provveduto a esautorare l’egemonia del politico, aprendo la strada all’irresistibile ciclo delle privatizzazioni e dei tagli alla spesa pubblica, della precarizzazione forzata del lavoro e della riduzione sempre più netta dei diritti sociali. Spinelli e Tsipras vorrebbero rimuovere gli effetti lasciando però le cause. Il che, evidentemente, non è possibile.

Finché si permane sul terreno dell’odierna Europa spoliticizzata, non v’è spazio per manovre contro l’austerità e in difesa dei popoli oggi oppressi. Finché non si rimuove la causa dell’ingiustizia, non è possibile sopprimere neppure i suoi effetti. Quando lo capiranno la Spinelli e Tsipras? Quando capiranno che l’Europa dell’euro e del primato assoluto della finanza è esattamente ciò che impedisce e sempre impedirà la realizzazione dell’unione pacifica dei popoli, rispettosi delle differenze e delle tradizioni, delle lingue e delle culture, del valore assoluto degli individui inseriti nelle loro comunità di appartenenza? Quando capiranno quello che già a suo tempo aveva capito Ernst Bloch (cfr. Eredità del nostro tempo), ossia il fatto che l’idea di nazione e di sovranità non è di destra (forse che le grandi rivoluzioni comuniste non sono sorte nel Novecento da questioni nazionali?), ma lo diventa quando la sinistra la abbandona alle destre stesse?


ALDO GIANNULI
Come si sa, un gruppo di intellettuali (Camilleri, Spinelli, Flores D’Arcais, Gallino, Revelli, Viale) ha proposto di dar vita ad una lista in appoggio alla candidatura di Alexis Tsipras alla Presidenza della Commissione Europea ed ispirata all’esperienza unitaria della sinistra greca espressa dalla lista di Siriza. L’appello propone un impegno per un’Europa diversa che, pur mantenendo la moneta unica, respinga le politiche di austerità ed il fiscal compact perché: “È nostra convinzione che l’Europa debba restare l’orizzonte, perché gli Stati da soli non sono in grado di esercitare sovranità, a meno di chiudere le frontiere, far finta che l’economia-mondo non esista, impoverirsi sempre più.”
Si propone un  “piano Marshall dell’Unione, che crei posti di lavoro con comuni piani di investimento e (che) colmi il divario tra l’Europa che ce la fa e l’Europa che non ce la fa”. Inoltre si propone che l’Europa divenga unione politica dandosi una Costituzione scritta dal suo Parlamento in sede costituente. Si chiede cha la Bce abbia poteri simili a quelli della Fed (essenzialmente di emettere liquidità a discrezione e comperare titoli di debito dei paesi membri).
Per questo si auspica di “rimettere in questione due patti-capestro. Primo, il fiscal compact e il patto di complicità che lega il nostro sistema politico cleptocratico alle domande dei mercati”.
A questi fini si propone di dar vita ad “una lista promossa da movimenti e personalità della società civile, autonoma dagli apparati partitici, che candidi persone, anche con appartenenze partitiche, che non abbiano avuto incarichi elettivi e responsabilità di rilievo nell’ultimo decennio, che sostiene Tsipras ma non fa parte del Partito della Sinistra Europea che lo ha espresso come candidato”.
Devo dire che la proposta ha molti aspetti condivisibili: l’aperta collocazione di sinistra, il sostegno dato al leader della sinistra greca dopo il vergognoso isolamento in cui è stata lasciata la Grecia di fronte all’aggressione della “troika”, l’invito a superare la frammentazione della sinistra, il richiamo alla lotta in difesa dell’ambiente e contro la Mafia. Ed ho anche apprezzato il richiamo ai centri sociali riconosciuti come soggetto politico con cui dialogare. Dunque, non mancano i motivi che ispirano simpatia. Detto questo, è il caso di fare qualche rilievo critico.
In primo luogo non convince affatto l’impostazione politica che riprende l’abusata litania europeista, per cui è impensabile il ritorno alla sovranità monetaria nazionale perché “gli Stati da soli non sono in grado di esercitare sovranità, a meno di chiudere le frontiere, far finta che l’economia-mondo non esista”. E infatti, tutto il resto del Mondo (dagli Usa alla Cina, dal Brasile all’Inghilterra, dal Sudafrica al Giappone, dal Vietnam al Canada) ha monete nazionali e l’Europa è l’unica ad avere una moneta sovranazionale.
Perché un autorevole sociologo come Gallino, che ha scritto libri molto importanti sulla crisi in atto, sottoscrive una sciocchezza del genere? Si può preferire una moneta come l’Euro ad una moneta nazionale, ma non si può ragionare come se la moneta sovranazionale fosse la norma e quelle nazionali l’eccezione, quando la realtà concreta è esattamente l’opposto.
Veniamo al sodo: le prossime elezioni europee saranno un referendum su questa Europa e sulla sua moneta, ripeto: su “questa Europa”, non su un ideale astratto di unità europea che potremmo anche condividere, ma che non è il tema all’ordine del giorno. La proposta parla di cose che non stanno né in cielo né in terra (Piano Marshall per l’Europa debole, Unione politica, Assemblea Costituente…) ed, in nome di questi sogni, chiama a non rimettere in discussione QUESTA Europa. L’Euro non è una qualsiasi moneta che può essere utilizzata per politiche economiche differenti. E’ una precisa operazione politica funzionale a certi rapporti di forza ed a determinate politiche economiche, e non è piegabile a piacimento: se vuoi l’Euro ti devi tenere le politiche di austerità, il fiscal compact, il veto berlinese alla Bce, e tutto il resto.
Torneremo a parlarne presto su questo blog. Unione politica di Europa, Assemblea Costituente ecc? Ma di che state parlando, della Luna? Oggi non ci sono neppure le più lontane premesse di tutto questo ed i motivi per cui in sessanta anni (dico sessanta) l’unione politica non si è fatta sono ancora tutti presenti ed, anzi, sono aumentati. O pensate che domani Francia, Germania, Olanda, Inghilterra, Spagna ecc. siano disposte a sciogliere i propri stati nazionali per confluire gioiosamente in uno stato comune europeo? Dove si vede questo film?
Dunque, tutto questo è fumo e la scelta è tenersi la Ue e l’Euro così come sono o bocciarli, trovare una via d’uscita. Il resto è fumo negli occhi. La stessa fumosa astrattezza la trovo nella proposta di lista “della società civile” disposta ad ospitare partiti ed organizzazioni esistenti, ma con candidati scelti dal comitato dei saggi, che non si candideranno in prima persona. Anche qui, basta con i sogni e siamo concreti:
a- per presentare la lista occorrono 30.000 firme per ciascuna circoscrizione, e di queste almeno 3.000 devono essere iscritti in ciascuna regione della circoscrizione (e vi voglio a raccoglierle in Val d’Aosta, pena l’esclusione della lista nell’Italia nord ovest). Dunque, occorre avere un’ organizzazione capillarmente presente in ogni regione. C’è già una rete del genere che prescinda dai pur piccoli partitini della sinistra radicale?
b- Poi occorre preparare le candidature e corredarle con la documentazione necessaria;
c- Poi bisogna fare la campagna elettorale e far conoscere un simbolo ed una sigla nuovi nel giro di una manciata di settimane;
d- Infine, occorre raccogliere il 4% per entrare nel Parlamento Europeo;
Vale la pena di ricordare che siamo al 23 gennaio, si vota esattamente fra 4 mesi e 4 giorni ed ancora non sappiamo se ci sarà questa lista e che simbolo avrà, poi occorrerà scegliere i candidati, raccogliere le firme, fare la campagna elettorale. Sapete come andrà a finire? Con l’ennesima riedizione di Rivoluzione Civile, sinistra Arcobaleno, Nuova sinistra Unita… Un film visto troppe volte. I partitini, in ragione della loro presenza territoriale, si imporranno e faranno le liste a modo loro (ed il limite del non aver rivestito cariche istituzionali negli ultimi 10 anni, sempre che sia rispettato, produrrà al massimo che non candiderete il segretario del tale partitino, ma la fidanzata, l’amico del cuore o il portaborse). Verranno fuori liste indecenti, come fu l’anno scorso, ci sarà pochissimo tempo per far conoscere il nuovo simbolo (a meno che non pensiate che basti il richiamo al magico nome di Tsipras per fare il miracolo) e, manco a dirlo, l’obbiettivo sarà bucato per l’ennesima volta. Abbiamo già dato.
Questa operazione politica ha due punti deboli che la condannano sin d’ora: nasce troppo tardi ed è politicamente non significativa, perché non coglie il punto di fondo: mettere fine all’esperienza fallimentare dell’Euro. Per di più siamo in un momento di forte polarizzazione anche maggiore dell’anno scorso. A fine dicembre 2012 scrissi che lo spazio della “sinistra di sistema” era occupato dal Pd, quello dell’opposizione antisistema dal M5s e non c’era spazio intermedio. Mi pare di aver avuto ragione: Sel è andata sotto il 4 e se l’è cavata solo perché era sotto l’ombrello del Pd, Rivoluzione civile è impietosamente affondata. Ora le cose stanno messe anche peggio, sia perché al governo c’è il Pd, sia per la questione della legge elettorale: lo scontro si è radicalizzato, Sel si sta frantumando, e la cosa si pone come una conta diretta fra Pd e M5s, per gli altri c’è meno spazio di un anno fa.
Non è che in assoluto non ci sia spazio per un partito di sinistra classista in questo paese, soprattutto con la crisi che infuria, ma queste cose non si fanno in quattro e quatt’otto, come se fossero una pizza capricciosa.  Oggi, se proprio vogliamo, dovremmo stare preparando le liste per le amministrative del 2015 ed il tempo sarebbe già scarso. Per le europee i giochi sono già fatti.
Per cui, auguri compagni ed amici, vi auguro il migliore successo possibile, ma, stanti così le cose, io non ci credo.

ANDREA A. IANNIELLO: La fine del mondo moderno





Occorrerebbe prende coscienza di due cose, guardando da due parti come Giano – ma non come Gano – due cose che andrebbero prese in esatta e pienamente reale considerazione: 1) il mondo moderno è finito. Le sue basi si sono esaurite, gli atti compiuti in quest’ultimo decennio l’hanno terminato, ma, quando venisse un cambiamento, le forze che ci han qui portato non avrebbero più alcuna forza di condizionamento. 2) Le supposte (di quelle che si mettono nel didietro per curarsi ma talvolta non sono efficaci) ricette per “‘uscire’ dalla crisi” sono stantie cose vecchie che occultano il punto 1) “di cui sopra”.
Un’età di chaos: questa è la nostra epoca, priva di un lume, ma piena d’illuminazioni posticcie e fasulle, quasi scene di teatro. Scene oscene, nessun dubbio su questo, e questo laido immondo teatrino presto si volta in farsa, con il riso appiccicato sul viso, per di più molto ma molto mal cotto. Le differenti tendenze e le varie correnti mentali contemporanee appaiono totalmente succubi delle forze dominanti, ed hanno prodotto un fallimento pressoché completo nel cambiare l’Agenda di marcia e cioè gli obiettivi, i fini, gli assunti basilari dominanti. Che spettacolo dell’errore. Le false vedute imperano e condizionano su direzioni dalle quali nulla di reale potrà mai venire. Chi comanda le correnti mentali del mondo, comanda effettivamente il mondo. Il reale si sostiene sul presupposto irreale. Se tu non modifichi “il modo di pensare”, modificare le istituzioni è pressoché impossibile. Ogni cosa ha il suo “modello” nascosto, l’occulta intelaiatura: è lì che ci sono le radici ed i semi delle cose future. Ma il nascosto deve diventar palese, il palese nascosto. Tu puoi dar forma ad un qualcosa solo a partire da un modello: che sia esterno o interno fa la differenza, ma non cambia il punto di cui stiam parlando qui. Vi è come uno stato psichico delle civiltà, che occorre  ben considerare.
Si parla delle similarità e delle differenze fra questa crisi e quella, molto simile, degli Anni Trenta del secolo scorso, un’epoca comunque di creatività: quel che oggi manca è il desiderio di una risposta creativa alle crisi, ormai da molto tempo in atto. Uno spunto interessante potrebbe ritrovarsi nel ripensare le avanguardie degli anni Venti e Trenta del secolo scorso, come spirito, non come “ricerca linguistica”, che ha fatto il suo tempo, e da molto tempo. Lasciamo la seduzione della ricerca linguistica fine a se stessa a chi ama seguire le sirene o non può farne a meno: che mai noi si sia fra costoro.
Desidero portare al centro dell’attenzione lo scritto Evola dadaista, Vozza editore Casolla (Caserta), 21 dicembre 2011, costo contenuto (Euro 10,00, pp. 54). Il libro si compone di due parti: il secondo intervento, di F. Franci, parla proprio dell’aspetto specificamente pittorico di Evola “dadà”; nel primo intervento, invece porto avanti una riflessione su taluni temi di fondo, come la chiusura basilare degli ambienti culturali e la loro illusione che basti dichiarare la “proprietà” su di uno spazio mentale per aver fatto chissà che, quando il padrone della terra non lo metti in questione: ma a che serve, in definitiva e fatto salvo l’interesse personale? Domanda retorica.
Certo che “l’interesse personale” esiste ed è anche legittimo, ma come pretendere di opporsi con l’interesse personale al mondo basato e costruito sul dominio assoluto dell’interesse personale? E’ una contraddizione in termini.
Dunque fine del mondo moderno? In che senso? Nel senso della realizzazione effettiva delle sue premesse di base; ma, quando un processo raggiunge il suo scopo, per ciò stesso cessa e non può continuare oltre.  Altro tema di fondo è: Bene male – mondo tradizionale - [1].
Detto altrimenti, l’altro tema del libro (del primo intervento, “Andar oltre” il titolo) è che troppo spesso si cerca di unire certe tematiche ad un “conservativismo” semplicistico e becero: le cose, anche dal punto di vista storico, sono ben più complesse. 
Occorre riflettere davvero sulle prospettive di fondo, e il caos dominante oggi di certo non favorisce questo fatto, ma solo dal ri-porre al centro le prospettive generali e su distanza più lunga dell’immediato potrà, forse, venir fuori una soluzione vera.






[1]    Cfr., su questo tema, anche Il problema della tradizione demolita: http://associazione-federicoii.blogspot.it/2013/06/il-problema-della-tradizione-demolita.html. 

domenica 26 gennaio 2014

COSTANZO PREVE: L'orrore del ceto intellettuale universitario



Gli intellettuali devono essere considerati non come un insieme statistico di persone che usano il loro “intelletto” (se così fosse, sarebbe evidente che sono fra i gruppi che lo usano di meno, certamente di meno delle casalinghe e dei tassisti), ma come un gruppo sociale, da esaminare con i metodi della storia, della sociologia e dell’economia. Rimando qui a soli quattro fattori di comprensione:

(I). Gli intellettuali sono un moderno clero, incaricato della mediazione simbolica fra dominanti e dominati. Mentre al tempo del feudalesimo e della società signorile questo clero era composto da preti e religiosi, in quanto la legittimazione della struttura classista della società aveva un carattere religioso-trascendente, oggi la legittimazione classista ha un carattere storico-immanente, e viene gestita da un linguaggio economico, storico e sociologico (cfr. Costanzo Preve, Il ritorno del clero).   

(II). A partire dal settecento, gli intellettuali illuministi, e poi romantici, ed infine marxisti (essendo il marxismo storico un positivismo per poveri fondato sulla ideologia del progresso, meno esistente ancora del paradiso del testimoni di Geova) si pensarono come legislatori ideali, mentre oggi vengono interpellati dai dominanti solo come esperti (cfr. Z. Bauman, La decadenza degli intellettuali).     

(III). Secondo la definizione di Bourdieu, che faccio integralmente mia, gli intellettuali come gruppo sociale sono un gruppo dominato della classe dominante. Sono parte della classe dominante, perché dispongono di un “capitale intellettuale” da vendere sul mercato. Sono un gruppo dominato, perché sono subordinati al comando del vero gruppo dominante della classe dominante, i capitalisti finanziari. 

(IV). Secondo le analisi dei due sociologi francesi Boltanski e Chiapello, la “sinistra” storicamente concepita si è costituita fra il 1870 ed il 1968 circa sulla base di una alleanza fra una critica sociale e politica alle ingiustizie del capitalismo, di cui era titolare la classe operaia, salariata e proletaria ed una critica artistico-culturale alle ipocrisie del costume borghese, di cui erano titolari gli intellettuali contestatori-avanguardisti. Dal Sessantotto in poi questa alleanza è finita, perché il capitalismo, diventando post-borghese e post-proletario, ha liberalizzato integralmente i suoi costumi. Il proletariato, vecchio e nuovo, è rimasto senza intellettuali, che sono passati tutti dall’altra parte, e per di più viene continuamente colpevolizzato per essere di “destra”, populista, razzista, leghista, politicamente scorretto, eccetera. 

Già. Politicamente scorretto. Il ceto intellettuale universitario è oggi nella sua grande maggioranza caratterizzato da un profilo che potremo definire Politicamente Corretto (rivendico di averne fatto da tempo oggetto di studio analitico). Il Politicamente Corretto è uno stadio di una lunga metamorfosi dialettica di illusioni e di delusioni. Filosoficamente è caratterizzato dal laicismo, dal relativismo e dal nichilismo, con preferenza verso Max Weber (il nuovo papa intellettuale che ha spodestato Hegel e Marx). Politicamente è di centro-sinistra, antifascista in assenza di fascismo, multiculturalista, ha sostituito la vecchia lingua francese con la nuova lingua inglese (e quindi l’esistenzialismo con l’empirismo e con lo scetticismo, molto british), è contro il totalitarismo (e dunque con Hannah Arendt, politicamente molto corretta perché ebrea e donna), ed è convertito al neoliberismo, ai diritti umani ed all’interventismo umanitario con bombardamenti NATO incorporati. 
Sulla base di studi storici durati da più di mezzo secolo vi prego di credermi: si tratta di uno dei profili intellettuali più orrendi di tutta la storia universale comparata.


tratto da: http://www.antimperialista.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1844:le-lacrime-della-signora-fornero

sabato 25 gennaio 2014

NOAM CHOMSKY: Mario Monti è l'assassino della democrazia in Italia



"La democrazia in Italia è scomparsa quando è andato al governo Mario Monti, designato dai burocrati seduti a Bruxelles, non dagli elettori". Parole nette e decise quelle di Noam Chomsky, il maggior linguista vivente e filosofo, in Italia per il Festival delle Scienze all'Auditorium Parco della Musica di Roma dove approfondirà il tema dei linguaggi. Nonostante i suoi 85 anni, Chomsky, uno degli intellettuali più ascoltati del pianeta, non cambia le sue idee che ha portato avanti per tutta la vita e continua a condannare i sistemi neoliberisti e neocolonialisti.  Le democrazie europee al collasso In generale, "le democrazie europee sono al collasso totale, indipendentemente dal colore politico dei governi che si succedono al potere, perché sono decise da burocrati e dirigenti non eletti che stanno seduti a Bruxelles. Questa rotta - ha sottolineato Chomsky - è la distruzione delle democrazie in Europa e le conseguenze sono dittature".   Il neoliberismo Il linguista ha parlato anche di neoliberismo come di "un grande attacco alle popolazioni mondiali, il più grande attacco mai avvenuto da quarant'anni a questa parte" e di new media, sottolineandone uno degli aspetti negativi che è "la tendenza a sospingere gli utenti verso una visione del mondo più ristretta perché quasi automaticamente le persone sono attratte verso quei nuovi media che fanno eco alle loro stesse vedute".

fonte: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Noam-Chomsky-auditorium-festival-scienze-roma-monti-burocrazia-europa-b26a1a77-8677-4cc1-acf4-e1baf2cc962b.html




venerdì 24 gennaio 2014

ALAIN DE BENOIST: Michèa, basta con la sinistra. Avanti col socialismo!


Il gennaio 1905, il «regolamento» della Sezione francese dell'Internazionale operaia (SFIO) – il partito socialista dell'epoca – indicava ancora quest'ultima come un «partito della classe operaia che si prefigge di socializzare i mezzi di produzione e scambio, ossia di trasformare la società capitalistica in società collettivista o comunista, attraverso l'organizzazione economica e politica del proletariato». Beninteso, nessun partito «socialista» oserebbe oggi dire una cosa del genere, essendo i socialisti diventati socialdemocratici o social-liberali.
Che oggi la «sinistra», nella sua quasi totalità, sia divenuta riformista, che abbia aderito all'economia di mercato, che si sia progressivamente separata dai lavoratori e dalle classi popolari, non è certo una rivelazione. Lo spettacolo della vita politica ne è una ininterrotta dimostrazione. Per questo, ad esempio, le grida della sinistra sono così deboli nella grande tormenta finanziaria mondiale attuale: semplicemente, essa non è disposta più della destra a prendere le misure che permetterebbero di intraprendere una vera guerra contro l'influenza planetaria della Forma-Capitale. Come osserva Serge Salimi, «la sinistra riformista si distingue dai conservatori per il tempo di una campagna elettorale grazie a un effetto ottico. Poi, quando le è data l'occasione, si adopera a governare come i suoi avversari, a non disturbare l'ordine economico, a proteggere l'argenteria della gente del castello».
La domanda che si pone è: perché? Quali sono le cause di questa deriva? La si può spiegare unicamente con l'opportunismo dei singoli, ex rivoluzionari divenuti notabili? Bisogna vedervi una lontana conseguenza dell'avvento del sistema fordista? Un effetto della congiuntura storica, cioè del crollo del blocco sovietico che ha annientato l'idea di una credibile alternativa al sistema di mercato? 
Ne Le complexe d'Orphée, il suo ultimo libro pubblicato, Jean-Claude Michéa dà una risposta più originale e anche più profonda: la sinistra si è separata dal popolo perché ha aderito molto presto all'ideologia del progresso, che contraddice nettamente tutti i valori popolari. 
Fondamentalmente orientata verso l'avvenire, la filosofia dei Lumi, come si sa, demonizza le nozioni di «tradizione», «consuetudine», «radicamento», vedendovi solo superstizioni superate e ostacoli alla trionfale marcia in avanti del progresso. Tendendo all'unificazione del genere umano e contemporaneamente all'avvento di un universo «liquido» (Zygmunt Bauman), la teoria del progresso implica il ripudio di ogni forma di appartenenza «arcaica», ossia anteriore, e la distruzione sistematica della base organica e simbolica delle solidarietà tradizionali (come fece in Inghilterra il celebre movimento delle enclosures, che costrinse all'esodo migliaia di contadini privati dei loro diritti consuetudinari, per convertirli in manodopera proletaria sradicata e dunque sfruttabile a volontà nelle manifatture e nelle fabbriche ). In un'ottica «progressista», ogni giudizio positivo sul mondo così com'era una volta rientra dunque necessariamente nell'ambito di un passatismo «nostalgico»: «Tutti coloro i quali – ontologicamente incapaci di ammettere che i tempi cambiano – manifesteranno, in qualunque campo, un qualsiasi attaccamento (o una qualsiasi nostalgia) per ciò che esisteva ancora ieri tradiranno così un inquietante “conservatorismo” o addirittura, per i più empi tra loro, una natura irrimediabilmente “reazionaria”». Il mondo nuovo deve essere necessariamente edificato sulle rovine del mondo di prima. Poiché la liquidazione delle radici forma la base del programma, se ne deduce che «solo gli sradicati possono accedere alla libertà intellettuale e politica» (Christopher Lasch). 
Questa è la rappresentazione del mondo che, nel XVIII secolo, ha accompagnato l'ascesa sociale della borghesia e, con essa, la diffusione dei valori mercantili. Atteggiamento moderno corrispondente a un universalismo astratto nel quale Friedrich Engels vedeva, a giusta ragione, il «regno idealizzato della borghesia». (Anche Sorel, a suo tempo, aveva sottolineato il carattere profondamente borghese dell'ideologia del progresso). Ma anche antico comportamento monoteista che scaglia l'anatema contro le realtà particolari in nome dell'iconoclastia del concetto, vecchio atteggiamento platonico che discredita il mondo sensibile in nome delle idee pure.
La teoria del progresso è direttamente associata all'ideologia liberale. Il progetto liberale nasce, nel XVII secolo, dal desiderio di farla finita con le guerre civili e di religione, rifiutando al contempo l'assolutismo, ritenuto incompatibile con la libertà individuale. Dopo le guerre di religione, i liberali hanno creduto che si potesse evitare la guerra civile solo smettendo di appellarsi a valori morali condivisi. Erano favorevoli a uno Stato che, per quanto riguardava la «vita buona», fosse neutro. 
Poiché la società non poteva più essere fondata sulla virtù, il buon senso o il bene comune, la morale doveva restare un affare privato (principio di neutralità assiologia). L'idea generale era che si poteva fondare la società civile solo sull'esclusione di principio di ogni riferimento a valori comuni – il che equivaleva, in compenso, a legittimare qualunque desiderio o capriccio che fosse oggetto di una scelta «privata». 
Il progetto liberale, spiega Jean-Claude Michéa, ha prodotto due cose: «Da un lato, lo Stato di diritto, ufficialmente neutro sul piano dei valori morali e “ideologici”, e la cui unica funzione è di badare che la libertà degli uni non nuoccia a quella degli altri (una Costituzione liberale ha la stessa struttura metafisica del codice della strada). Dall'altro, il mercato auto-regolatore, che si presume permetta a ciascuno di accordarsi pacificamente con i suoi simili sull'unica base dell'interesse ben compreso delle parti interessate». 
Lo Stato di diritto «assiologicamente neutro» è in effetti una doppia illusione. In primo luogo, la sua neutralità è completamente relativa: nella vita reale, i liberali affermano i loro principi e i loro valori con altrettanta forza degli antiliberali. Inoltre, la neutralità in materia di valori (la teoria secondo la quale lo Stato non deve pronunciarsi sulla questione della «vita buona», perché ciò lo indurrebbe a discriminare tra i cittadini) sfocia in pratica in contraddizioni insolubili, come dimostra la teoria dei diritti dell'uomo, che proclama diritti contraddittori, dato che alcuni di essi possono essere applicati solo a condizione di ignorarne o violarne altri. Queste contraddizioni sono costantemente sottoposte a procedure giudiziarie, ma non possono essere risolte in maniera puramente tecnica o procedurale. 
La dicotomia destra-sinistra viene spesso fatta risalire alla Rivoluzione francese, dimenticando in tal modo che essa è davvero pienamente entrata nel discorso pubblico solo alla fine del XIX secolo. Alla vigilia della Rivoluzione, lo spartiacque principale non oppone la «destra» e la «sinistra», ma un'aristocrazia fondiaria dotata di potere politico e una borghesia mercantile acquisita alle idee liberali. Nessuno, in quell'epoca, difende veramente il popolo. Retrospettivamente, il libro di Michéa spiega d'altronde anche l'ambiguità della Rivoluzione francese: rivoluzione borghese, ma fatta in nome del «terzo stato» (e soprattutto della «nazione»), ispirata al contempo alle idee di Rousseau e del liberalismo dei Lumi, «progressista» con Condorcet, m affascinata dal'Antichità con Robespierre o Saint-Just. 
Durante tutta la prima parte del XIX secolo, sono appunto i liberali a formare il cuore della «sinistra» parlamentare dell'epoca (il che spiega il senso che ha conservato oggi negli Stati Uniti la parola liberal). I liberali riprendono quell'idea fondamentalmente moderna consistente nel vedere nello «sradicamento dalla natura e dalla tradizione il gesto emancipatore per eccellenza e l'unica via d'accesso a una società “universale” e “cosmopolita». Benjamin Constant, per citare solo lui, è il primo a celebrare quella disposizione della «natura umana» che induce a «immolare il presente all'avvenire». 
Mentre la III Repubblica vede la borghesia assumere a poco a poco l'eredità della rivoluzione del 1789, il movimento socialista si struttura in associazioni e partiti. Ricordiamo che la parola «socialismo» appare solo verso il 1830, in particolare in Pierre Leroux e Robert Owen, nel momento in cui il capitalismo si afferma come forza dominante. Il diritto di sciopero è riconosciuto nel 1864, lo stesso anno della fondazione della I Internazionale. Orbene, i primi socialisti, la cui base sociale si torva soprattutto tra gli operai di mestiere, non si presentano affatto come uomini «di sinistra». Michéa ricorda, d'altronde, che «il socialismo non era, in origine, né di sinistra né di destra»  e che non sarebbe mai venuto in mente a Sorel o a Proudhon, a Marx o a Bakunin di definirsi come uomini «di sinistra». A parte i «radicali», la «sinistra», all'epoca, non designa niente. 
In origine, il movimento socialista si pone, in effetti, come forza indipendente, sia nei confronti della borghesia conservatrice e dei «reazionari» che dei «repubblicani» e di altre forze di «sinistra». Ovviamente, si oppone ai privilegi di caste legate alle gerarchie dell'Ancien Régime – privilegi conservati in altra forma dalla borghesia liberale – ma si oppone ugualmente all'individualismo dei Lumi, ereditato dall'economia politica inglese, con la sua apologia dei valori mercantili, già così ben criticati da Rousseau. Esso, dunque, non abbraccia le idee della sinistra «progressista» e comprende bene che i valori di «progresso» esaltati dalla sinistra sono anche quelli cui si richiama la borghesia liberale che sfrutta i lavoratori. In realtà, lotta, al contempo, contro la destra monarchica e clericale, contro il capitalismo borghese, sfruttatore del lavoro vivo, e contro la «sinistra» progressista erede dei Lumi. Si è così in un gioco a tre, molto differente dallo spartiacque destra-sinistra che si imporrà all'indomani della Prima Guerra mondiale. 
È, d'altronde, contro il riformismo e il parlamentarismo della «sinistra» che il socialismo proudhoniano o il sindacalismo rivoluzionario soreliano oppongono allora l'ideale del mutualismo o dell'autonomia dei sindacati e la volontà rivoluzionaria all'opera nell'«azione diretta» – ideale che si cristallizzerà nel 1906 nella celebre Carta di Amiens della CGT. 
I primi socialisti non erano nemmeno avversari del passato. Più esattamente, distinguevano molto bene ciò che, nell'Ancien Régime, rientrava nell'ambito del principio di dominazione gerarchica, da essi rifiutato, e ciò che dipendeva dal principio «comunitario» (la Gemeinwesen di Marx) e dai valori tradizionali, morali e culturali che lo sottendevano. «Per i primi socialisti, era chiaro che una società nella quale gli individui non avessero avuto più niente altro in comune che la loro attitudine razionale a concludere accordi interessati non poteva costituire una comunità degna di questo nome». Proprio per questo, Pierre Leroux, uno dei primissimi teorici socialisti, affermava non soltanto che «la società non è il risultato di un contratto», ma che, «lungi dall'essere indipendente da ogni società e da ogni tradizione, l'uomo trae la sua vita dalla tradizione e dalla società». 
Per il popolo, il passato non era soltanto ciò che gli permetteva di inscriversi in una filiazione e in una continuità storiche particolari, ma ciò che gli permetteva di giudicare il valore delle innovazioni che gli venivano proposte. Da questo punto di vista, la «tradizione» era più una protezione che una costrizione. In passato, molte rivolte popolari avevano già trovato la loro origine in una volontà chiaramente manifestata di difendere le consuetudini e le tradizioni popolari contro la Chiesa, la borghesia o i principi. Il motivo di ciò è che sono le consuetudini, le tradizioni, le forme particolari della vita locale, ossia le comunità radicate, a permettere da sempre l'emersione di un mondo comune e a costituire, ugualmente da sempre, il quadro nel quale «possono dispiegarsi le strutture elementari della reciprocità e dunque, ugualmente, le condizioni antropologiche dei differenti processi etici e politici che permetteranno eventualmente di estenderne il principio fondamentale ad altri gruppi umani, se non addirittura all'intera umanità». 
Questo sguardo sul passato non contraddiceva affatto l'internazionalismo o il senso dell'universale. I primi socialisti erano perfettamente coscienti che è «sempre a partire da una tradizione culturale particolare che appare possibile accedere a valori veramente universali»  e che «in pratica, l'universale non può mai essere costruito sulla rovina dei radicamenti particolari». Per dirla con lo scrittore portoghese Miguel Torga, essi pensavano che «l'universale è il locale, meno le mura». «Dal momento che solo chi è effettivamente legato alla sua comunità d'origine – alla sua geografia, alla sua storia, alla sua cultura, ai suoi modi di vivere – è realmente in grado di comprendere coloro che provano un sentimento paragonabile nei confronti della propria comunità», scrive ancora Michéa, «possiamo concluderne che il vero sentimento nazionale (di cui l'amore della lingua è una componente essenziale) non soltanto non contraddice ma, al contrario, tende generalmente a favorire quello sviluppo dello spirito internazionalista che è sempre stato uno dei motori principali del progetto socialista». 
Come il patriottismo non deve essere confuso con il nazionalismo (di destra»), così l'internazionalismo non deve essere confuso con il cosmopolitismo (di «sinistra»). Poiché l'abbandono o l'oblio della propria cultura rendono incapaci di comprendere l'attaccamento degli altri alla loro, il risultato dell'universalismo astratto non è il regno del Bene universale, ma la realizzazione di un «universo ipnotico, glaciale e uniformato» il cui soggetto è quell'essere narcisistico pre-edipico, immaturo e capriccioso che è il consumatore contemporaneo. 
In Francia, l'alleanza storica tra il socialismo (influenzato prima dalla socialdemocrazia tedesca e poi dal marxismo) e la «sinistra» progressista si instaura all'epoca dell'affare Dreyfus (1894). Svolta profondamente negativa. Nato dalla preoccupazione di una «difesa repubblicana» contro la destra monarchica, clericale o nazionalista, si delinea un compromesso che partorirà in primo luogo i cosiddetti «repubblicani progressisti». Si crea allora una confusione tra ciò che è emancipatore e ciò che è moderno, i due termini essendo a torto ritenuti sinonimi. 
È in questo momento, scrive Michéa, che il movimento socialista è stato «progressivamente indotto a sostituire alla lotta iniziale dei lavoratori contro il dominio borghese e capitalista quella che avrebbe presto opposto – in nome del “progresso” e della “modernità – un “popolo di sinistra” e un “popolo di destra” (e, in questa nuova ottica, era evidentemente scontato che un operaio di “sinistra” sarebbe stato sempre infinitamente più vicino a un banchiere di sinistra o a un dirigente di sinistra del FMI che a un operaio, a un contadino o a un impiegato che dava i suoi voti alla destra)». Questo compromesso ha assunto due aspetti: «Da un lato, ha portato ad ancorare il liberalismo – motore principale della filosofia del Lumi – nel campo delle “forze di progresso” […] Dall'altro, ha contribuito a rendere in anticipo illeggibile l'originaria critica socialista, poiché quest'ultima sarebbe nata appunto da una rivolta contro la disumanità dell'industrializzazione liberale e l'ingiustizia del suo diritto astratto». 
Allora – e soltanto allora – la causa del popolo ha cominciato a divenire sinonimo di quella di progresso, all'insegna di una «sinistra» che voleva essere anzitutto il «partito dell'avvenire» (contro il passato) e l'annunciatrice dei «domani che cantano», ossia della modernità in marcia. Soltanto allora si è reso necessario, quando ci si voleva situare «a sinistra», ostentare un «disprezzo di principio per tutto ciò che aveva ancora il marchio infamante di “ieri” (il mondo tenebroso del paese d'origine, delle tradizioni, dei “pregiudizi”, del “ripiegamento su se stessi” o degli attaccamenti “irrazionali” a esseri e luoghi)». Il movimento socialista, e poi comunista, riprenderà dunque per proprio conto l'ideale «progressista» del produttivismo ad oltranza, di quel progetto industriale e iperurbano che ha completato lo sradicamento delle classi popolari, rendendole ancora più vulnerabili all'influenza della Forma-Capitale. (Il che spiega anche che quell'ideale abbia ricevuto una migliore accoglienza tra gli operai già sradicati che tra i contadini). 
D'ora innanzi, per difendere il socialismo, bisognava credere alla promessa di una marcia in avanti dell'umanità verso un universo radicalmente nuovo, governato soltanto dalle leggi universali della ragione. Per essere «di sinistra», bisognava classificarsi tra coloro che, per principio, rifiutano di guardare indietro, così come fu intimato a Orfeo. (Di qui il titolo del libro di Jean-Claude Michéa: disceso nel regno dei morti con la speranza di ritrovare Euridice e di riportarla nel mondo dei vivi, Orfeo si vede proibire da Ade di voltarsi indietro, altrimenti perderà per sempre la sua bella. Beninteso, egli violerà all'ultimo momento questa proibizione). A questa deriva, in cui vede a giusta ragione un'impostura, si oppone Michéa con una fermezza pari al suo talento. 
Separato dalle sue radici, il movimento operaio è stato nello stesso tempo privato delle condizioni e dei mezzi della sua autonomia. Come aveva ben visto George Orwell, la religione del progresso priva infatti l'uomo della sua autonomia nel momento stesso in cui pretende di garantirla emancipandolo dal passato. Orbene, sottolinea Michéa, «dal momento in cui un individuo (o una collettività) è stato spossessato dei mezzi della sua autonomia, non può più perseverare nel suo essere se non ricorrendo a protesi artificiali. Ed è appunto questa vita artificiale (o “alienata”) che il consumo, la moda e lo spettacolo hanno il compito di offrire a titolo di compensazione illusoria a tutti coloro la cui esistenza è stata così mutilata». 
Poiché la sinistra si considera innovatrice, il capitalismo sarà nello stesso tempo denunciato come «conservatore». Altra deriva fatale, perché la Forma-Capitale è tutto tranne che conservatrice! Marx aveva già mostrato bene il carattere intrinsecamente «progressista» del capitalismo, cui riconosceva il merito di aver soppresso il feudalesimo e annegato tutti gli antichi valori nelle «gelide acque del calcolo egoistico». A questo tratto fondante se ne aggiunge un altro, tipico delle forme moderne di questo stesso capitalismo. «Una economia di mercato integrale», spiega Michéa, «può funzionare durevolmente solo se la maggior parte degli individui ha interiorizzato una cultura della moda, del consumo e della crescita illimitata, cultura necessariamente fondata sulla perpetua celebrazione della giovinezza, del capriccio individuale e del godimento immediato […] Dunque, è proprio il liberalismo culturale (e non il rigorismo morale o l'austerità religiosa) a costituire il complemento psicologico e morale più efficace di un capitalismo di consumo». Ora, diventando «di sinistra», il socialismo ha fatto suoi anche i principi del liberalismo culturale. La sinistra «permissiva» è così divenuta il naturale humus di espansione della Forma-Capitale. È il capitalismo che permette meglio di «godere senza ostacoli»! 
Per decenni, sotto l'etichetta di «sinistra», si troveranno dunque associate, in una permanente ambiguità, due cose totalmente differenti: da una parte, la giusta protesta morale della classe operaia contro la borghesia capitalista, e, dall'altra, la credenza liberale borghese in una teoria del progresso la quale afferma, in linea di massima, che «prima» non ha potuto che essere peggiore e che «domani» sarà necessariamente migliore. In effetti, il movimento socialista è veramente degenerato dal momento in cui è divenuto «progressista», ossia a partire dal momento in cui ha aderito alla teoria (o alla religione) del progresso – cioè alla metafisica dell'illimitato – che costituisce il cuore della filosofia dei Lumi, e dunque della filosofia liberale. Essendo la teoria del progresso intrinsecamente legata al liberalismo, la «sinistra», diventando «progressista», si condannava a confluire un giorno o l'altro nel campo liberale. Il verme era nel frutto. Il liberalismo culturale annunciava già il capovolgimento nel liberalismo economico. L'ultimo bastione a cedere è stato il partito comunista, che ha progressivamente smesso di svolgere il ruolo che in passato ne aveva decretato il successo: fornire «alla classe operaia e alle altre categorie popolari un linguaggio politico che permettesse loro di vivere la loro condizione con una certa fierezza e di dare un senso al mondo che avevano sotto gli occhi». 
Ciò che Michéa dice della sinistra potrebbe, beninteso, essere detto della destra, con una dimostrazione inversa: la sinistra ha aderito al liberalismo economico perché era già acquisita all'idea di progresso e al liberalismo «societale», mentre la destra ha aderito al liberalismo dei costumi perché ha prima adottato il liberalismo economico. È, infatti, completamente illusorio credere che si possa essere durevolmente liberali sul piano politico o «societale» senza finire col diventarlo anche sul piano economico (come crede la maggioranza delle persone di sinistra) o che si possa essere durevolmente liberali sul piano economico senza finire col diventarlo anche sul piano politico o «societale» (come crede la maggioranza delle persone di destra). In altri termini, c'è un'unità profonda del liberalismo. Il liberalismo forma un tutto. Alla stupidità delle persone di sinistra che ritengono possibile combattere il capitalismo in nome del «progresso», corrisponde l'imbecillità delle persone di destra che ritengono possibile difendere al contempo i «valori tradizionali» e un'economia di mercato che non smette di distruggerli: «Il liberalismo economico integrale (ufficialmente difeso dalla destra) reca in sé la rivoluzione permanente dei costumi (ufficialmente difesa dalla sinistra), proprio come quest'ultima esige, a sua volta, la liberazione totale del mercato». Ciò spiega che destra e sinistra confluiscano oggi nell'ideologia dei diritti dell'uomo, il culto della crescita infinita, la venerazione dello scambio mercantile e il desiderio sfrenato di profitti. Il che ha almeno il merito di chiarire le cose. 
La sinistra si è molto presto convinta che la globalizzazione del capitale rappresentava una evoluzione ineluttabile e un avvenire insuperabile, con la politica che, nello stesso tempo, si adattava alla globalizzazione economica e finanziaria. Il grande divorzio tra il popolo e la sinistra ne è stata la conseguenza più clamorosa. 
Il Club Jean Moulin aveva aperto la strada negli anni sessanta. La «seconda sinistra» rocardiana negli anni settanta, la Fondazione Saint-Simon negli anni ottanta hanno approfondito la breccia attraverso la quale la sinistra ha cominciato a puntare sulla «società civile» contro lo Stato e a confluire nel modello del mercato. Nella stessa epoca, il liberalismo culturale trionfa, il che si traduce in uno spostamento dei dibattiti politici verso le poste in gioco della società e verso nuovi gruppi sociali in via di autonomizzazione (donne, immigrati, omosessuali, ecc.). Infine, il denaro si impone come equivalente universale nell'ambito dei valori. «Il vincitore», ha osservato Jacques Julliard, «fu Alain Minc […] il quale aveva compreso che, assumendo le idee della seconda sinistra, si poteva fare un buonissimo deal con il neocapitalismo che si stava imponendo». 
È emersa così una sinistra «i cui dogmi sono l'antirazzismo, l'odio dei limiti, il disprezzo del popolo e l'elogio obbligatorio dello sradicamento». È così che l'immaginario della «sinistra moderna» – simboleggiata in Francia da Le Monde, Libération, Les Inrockuptibles e altri insigni rappresentanti del «circolo della ragione» ideologicamente dominante – è arrivato a confondersi con quelli dei padroni della BCE e del Fondo monetario internazionale. Ed è altresì per questo che «dietro la convinzione un tempo emancipatrice che non si arresta il progresso, [è diventato] sempre più difficile ascoltare qualcosa di diverso dall'idea, attualmente dominante, secondo la quale non si arrestano il capitalismo e la globalizzazione». Ormai, la sinistra celebra la crescita, ossia la produzione di merci all'infinito, negli stessi termini dei liberali. Là dove gli uni parlano di «deterritorializzazione» (alla maniera di Deleuze-Guattari o di Antonio Negri), gli altri parlano di «delocalizzazioni». Per quanto concerne l'immigrazione, esercito di riserva del capitale, la sinistra «moderna» usa lo stesso linguaggio di Laurence Parisot («meticciato» e «nomadismo» trasformati in norme). Influenzata da coloro che hanno «distrutto il socialismo convertendolo nell'individualismo dei diritti universali e del liberalismo integrale» (Hervé Juvin), il nemico non è più il capitalismo che sfrutta il lavoro vivo degli uomini, ma il «reazionario» che ha il torto di rimpiangere il passato. 
«È dunque normale», prosegue Michéa, «che la sinistra “civica” (quella che ha rotto con ogni sensibilità popolare e socialista) appaia oggi come il luogo politico privilegiato dove sono elaborate tutte le trasformazioni giuridiche e di civiltà richieste dal mercato mondiale. Insomma, essa non è altro che il pesce-pilota del capitalismo senza frontiere o, se si preferisce, l'avanguardia culturale militante della destra liberale».
I «valori» della sinistra non sono più valori socialisti, ma valori «progressisti»: immigrazionismo, apertura o soppressione delle frontiere, difesa del matrimonio omosessuale, depenalizzazione di certe droghe, ecc., tutte opzioni con le quali la classe operaia è in completo disaccordo o di cui si disinteressa totalmente. Per la sinistra «moderna», che realizza l'alleanza dei funzionari, delle classi borghesi superiori, degli immigrati e dei radical chic, «rifiutare l'oscura eredità del passato (che, a priori, non può non richiamare atteggiamenti di “pentimento”), combattere tutti i sintomi della febbre “identitaria” (ossia, in altri termini, tutti i segni di una vita collettiva radicata in una cultura particolare) e celebrare all'infinito la trasgressione di tutti i limiti morali e culturali tramandati dalle precedenti generazioni (il regno compiuto dell'universale liberale-paolino dovendo coincidere, per definizione, con quello dell'indifferenziazione e dell'illimitatezza assolute) è tutt'uno». Non si parla più del capitalismo o della lotta di classe, e ovviamente di quella anticaglia della rivoluzione. Persino il partito comunista ha quasi soppresso la parola «socialismo» dal suo vocabolario. Avendo perduto la sua identità ideologica, non è più in grado di influenzare la corrente socialdemocratica da cui dipende elettoralmente. 
Poiché l'obiettivo non è più lottare contro il capitalismo, ma combattere tutte le forme di preoccupazione identitaria, regolarmente descritte come il risorgere di una mentalità reazionaria e arretrata, «ciò spiega», constata Jean_Claude Michéa, «che il “migrante” sia progressivamente divenuto la figura redentrice centrale di tutte le costruzioni ideologiche della nuova sinistra liberale, sostituendo l'arcaico proletario, sempre sospetto di non essere abbastanza indifferente alla sua comunità originaria o, a più forte ragione, il contadino, che il suo legame costitutivo con la terra destinava a diventare la figura più disprezzata – e più derisa – della cultura capitalistica». La sinistra cerca dunque un «popolo di ricambio». La fondazione Terra Nova, fondata nel 2008 da persone vicine a Dominique Strauss-Kahn e presieduta dal socialista Olivier Ferrand, si è resa celebre pubblicando, nel maggio 2011, un rapporto che suggerisce al partito socialista di rifondare la sua base elettorale su un'alleanza tra le classi agiate e le «minoranze» delle periferie, abbandonando operai e impiegati ai loro «valori di destra» (critica dell'immigrazione, protezionismo economico e sociale, promozione di norme forti e di valori morali, lotta contro l'assistenzialismo, ecc.). Il testo del rapporto è molto chiaro: «Contrariamente all'elettorato storico della sinistra, coalizzato dalle poste in gioco socio-economiche, questa Francia di domani è unificata anzitutto dai suoi valori culturali progressisti». «Tra i due perdenti della globalizzazione – gli immigrati ghettizzati e i modesti salariati minacciati – la sinistra in stile Terra Nova sostiene ormai i primi a scapito dei secondi». 
Non è quindi sorprendente che il popolo si distolga da una sinistra affascinata più dal people e dalla «plebaglia» che dai lavoratori, che si dichiara per la globalizzazione, sebbene quest'ultima sia anzitutto quella del capitale, si interessa più alle iniziative «civiche» che alle trasformazioni strutturali, alla società protettiva del care più che alla giustizia sociale, alla vita associativa più che alla politica, allo spettacolo mediatico più che alla sovranità del popolo, al consenso sociale più che alla lotta di classe – e, come i liberali, concepisce l'interesse generale solo come semplice somma degli interessi particolari. Il popolo non si riconosce più in una sinistra che ha sostituito l'anticapitalismo con un simulacro di «antifascismo», il socialismo con l'individualismo radical chic e l'internazionalismo con il cosmopolitismo o l'«immigrazionismo», prova solo disprezzo per i valori autenticamente popolari, cade nel ridicolo celebrando al contempo il «meticciato» e la «diversità» , si sfinisce in pratiche «civiche» e in lotte «contro tutte le discriminazioni» (con la notevole eccezione, beninteso, delle discriminazioni di classe) a solo vantaggio delle banche, del Lumpenproletariat e di tutta una serie di marginali. 
Non è sorprendente nemmeno che il popolo, così deluso, si volga frequentemente verso movimenti descritti con disprezzo come «populisti» (uso peggiorativo che manifesta un evidente odio di classe). Citiamo ancora Michéa: «Tra la rappresentazione colpevolizzante della società ormai imposta dalla sociologia ufficiale (una minoranza di esclusi, relegati nei “ghetti etnici”, sottomessi a tutte le persecuzioni possibili e accerchiati da una Francia “di villette” che si presume appartenere alle classi medie) e l'oscura realtà vissuta da queste categorie popolari, al contempo maggioritarie e dimenticate, la distanza è divenuta assolutamente surreale. Il risultato è che le principali vittime degli aspetti nocivi della globalizzazione non trovano più nel linguaggio politicamente corretto della sinistra moderna la minima possibilità di tradurre la loro esperienza vissuta». «Minando alla base ogni possibilità di legittimare un qualunque giudizio morale (e, di conseguenza, rifiutando simultaneamente di comprendere l'uso popolare delle nozioni di merito e responsabilità individuale), la sinistra progressista si condanna inesorabilmente a consegnare ai suoi nemici di destra interi pezzi di quelle classi popolari che, a modo loro, non domandano altro che di vivere onestamente in una società decente […] In realtà, è proprio la stessa sinistra ad aver scelto, verso la fine degli anni settanta, di abbandonare al loro destino le categorie sociali più modeste e sfruttate, volendo ormai essere “realista” e “moderna”, ossia rinunciando in anticipo a ogni critica radicale del movimento storico che, da oltre trent'anni, seppellisce l'umanità sotto un “immenso accumulo di merci” (Marx) e trasforma la natura in deserto di cemento e acciaio». 
Georges Sorel diceva che «il sublime è morto nella borghesia, che è dunque condannata a non avere più una morale». Anche Michéa parla di morale. Ma qui non si tratta del «sublime», bensì della decenza comune (common decency) tanto spesso celebrata da Orwell. 
«È morale», diceva Emile Durkheim, «tutto ciò che è fonte di solidarietà, tutto ciò che costringe l'uomo a tenere conto dell'altro, a regolare i propri movimenti su qualcosa di diverso dagli impulsi del proprio egoismo». «Ciò spiega», aggiunge Michéa, «che la rivolta dei primi socialisti contro un mondo fondato sul solo calcolo egoistico sia stata così spesso sostenuta da una esperienza morale». Si pensi alla «virtù» celebrata da Jaurès, alla «morale sociale» di cui parlava Benoît Malon. La «decenza comune», che è mille miglia lontana da ogni forma di ordine morale o di puritanesimo moralizzatore, è infatti uno dei tratti principali della «gente normale» ed è nel popolo che la si trova più comunemente diffusa. Essa implica la generosità, il senso dell'onore, la solidarietà ed è all'opera nella triplice obbligazione di «dare, ricevere e restituire» che per Marcel Mauss era il fondamento del dono e del controdono. A partire da essa, si è espressa in passato la protesta contro l'ingiustizia sociale, perché permetteva di percepire l'immoralità di un mondo fondato esclusivamente sul calcolo interessato e la trasgressione permanente di tutti i limiti. Ma è altresì essa che, oggi, protesta con tutta la sua forza contro quella sinistra «moderna» di cui un Dominique Strass-Kahn è il simbolo e nella quale non si riconosce più. «Da questo punto di vista», scrive Michéa, «il progetto socialista (o, se si preferisce l'altro termine utilizzato da Orwell, quello di una società decente) appare proprio come una continuazione della morale con altri mezzi». 
Come si è capito, Michéa non critica la sinistra da un punto di vista di destra – e ce ne rallegriamo – bensì in nome dei valori fondanti del socialismo delle origini e del movimento operaio. Tutta la sua opera si presenta, d'altronde, come uno sforzo per ritrovare lo spirito di questo socialismo delle origini e porre le basi del suo rinnovamento nel mondo di oggi. Assumendo la difesa della «gente normale», egli rifiuta anzitutto che si screditino valori di radicamento e strutture organiche che, in passato, sono stati spesso l'unica protezione di cui disponevano i più poveri e i più sfruttati. 
Non è un punto di vista isolato. Il percorso di Jean-Claude Michéa si inscrive piuttosto in una vasta galassia, dove troviamo, in primo luogo, ovviamente, il grande George Orwell, al quale Michéa ha dedicato un libro notevole (Orwell, anarchiste tory), come pure Christopher Lasch, teorico di un «populismo» socialista e comunitario, grande avversario dell'ideologia del progresso , di cui ha contribuito più di chiunque altro a far conoscere il pensiero in Francia. Vi troviamo anche, per citare solo pochi nomi, il giovane Marx critico dei «diritti dell'uomo», i primi socialisti francesi, William Morris, Charles Péguy e Chesterton, l'Antonio Gramsci che sottolinea l'importanza delle culture popolari, il Pasolini degli Scritti corsari (colui che diceva: «Ciò che ci spinge a tornare indietro è umano e necessario tanto quanto ciò che ci spinge ad andare avanti»), Clouscard e la sua critica dei liberali-libertari, Jean Baudrillard e la sua denuncia della «sinistra divina», i films di Ken Loach e di Guédiguian, la canzoni di Brassens, senza dimenticare Walter Benjamin, Cornelius Castoriadis, Jaime Semprun, Anselm Jappe, Serge Latouche , ecc. 
Michéa paragona il liberalismo a un nastro di Möbius, che presenta una «faccia destra» e una «faccia sinistra», ma senza alcuna soluzione di continuità. Ciò significa che tra borghesia di destra e borghesia di sinistra, entrambe eredi della filosofia liberale dei Lumi, ci saranno sempre più affinità oggettive che tra ciascuna di queste borghesie e gli antiborghesi del loro campo. E viceversa, che esiste una complementarità altrettanto naturale tra coloro che difendono il popolo contro la borghesia sfruttatrice, si situino essi ancora a sinistra o provengano da destra. È ciò che constata Michéa quando scrive: «Poco importa, in verità, sapere da quale tradizione storica ciascuno ha tratto le particolari ragioni che lo inducono a rispettare i principi della decenza comune e a indignarsi per la loro permanente violazione ad opera del sistema capitalistico». In un'epoca in cui la sinistra intende più che mai raccogliere le «forze di progresso», egli non esita a ad aggiungere che è «la patetica incapacità di assumere [la] dimensione conservatrice della critica anticapitalistica a spiegare, in larga parte, il profondo smarrimento ideologico (per non dire il coma intellettuale irreversibile) nel quale l'insieme della sinistra moderna è oggi immersa».
Non avete ancora letto Michéa? Soprattutto, non dite che un giorno lo leggerete. Leggetelo subito. Immediatamente!

Le complexe d'Orphée, ultimo libro pubblicato, Jean-Claude Michéa


fonte: http://www.criticasociale.net/index.php?&lng=ita&function=rivista&pid=page&year=2013&id=0004833&top_nav=titoli_2013