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domenica 7 dicembre 2014

FRANCESCO SCHIANCHI: “Ripensiamo l’utopia del Parco Lambro”



INTERVISTA A CURA DI: ANTONELLO CRESTI

Anche l’Italia ha avuto la sua piccola Woodstock: per tre anni, dal 1974 al 1976, presso il Parco Lambro di Milano si tenne un festival, definito “del proletariato giovanile”, che mise in scena, anche in maniera ingenua e contraddittoria, le mille anime dei movimenti extraparlamentari dell’epoca. Ma anche tentò una esperienza comunitaria dalle dimensioni ancora sconosciute al nostro paese e, soprattutto, fotografò in maniera eccellente lo stato creativo della scena musicale dell’epoca, con una serie di esibizioni passate alla storia. Su queste vicende è da poco uscito un volume Libro Lambro (ed. Aereostella, pp. 186, euro 18,00) nel quale si confrontano Francesco Schianchi, tra gli organizzatori del festival e Franz Di Cioccio, membro della PFM e protagonista musicale di quella esperienza, con una prefazione di Moni Ovadia. Il significato dell’operazione, come ci ha detto Schianchi, è “rendere contemporanee le pulsioni di un passato quanto mai presente…”
Vinile del Festival di Parco Lambro 1976
Vinile del Festival di Parco Lambro 1976
Antonello Cresti: Partiamo dalla fine: quale può essere l’insegnamento di una esperienza come quella del Parco Lambro?
Francesco Schianchi: Molteplici sono gli insegnamenti provenienti da questa straordinaria stagione di eventi, di esperienze di utopie.
In ordine sparso: le persone esprimevano un profondo desiderio di “riprendersi la vita”, non tanto le cose. Purtroppo anche la sinistra extraparlamentare non ha capito questa “profondità” e ha continuato a offrire proposte superficiali. La politica “ufficiale” ,in sintesi, utilizzava la sociologia e non l’antropologia: una grave mancanza che ha costantemente immiserito e banalizzato la sua missione…Ieri come oggi. Questa esperienza inoltre ci consegna una riflessione importante: se si vuole essere in sintonia con il proprio tempo è necessario essere contemporanei, ossia affrontare la vita autentica delle persone che rappresentava allora come oggi il reale “centro di gravità permanente” in grado di modificare” lo stato delle cose presenti.

mercoledì 3 dicembre 2014

Andrea Chimenti: 20 anni di emozioni dal vivo a Prato



Il 6 dicembre arriva all'Ex Chiesa di San Giovanni a Prato Andrea Chimenti con un live che ripercorre oltre venti anni del suo percorso solista.
Chimenti è tra i 300 protagonisti di "Solchi Sperimentali", libro di Antonello Cresti.

BIOGRAFIA:
Dopo l’avventura coi Moda, Andrea Chimenti ha intrapreso la carriera solista esordendo con “La maschera del corvo nero e altre storie” (1992). Il Consorzio Produttori Indipendenti, ovvero il duo Maroccolo-Magnelli ha prodotto il suo secondo album “L’albero pazzo“, del 1996. Si tratta di un piccolo capolavoro, rilettura originale e matura della nostra migliore canzone d’autore, con inserti classicheggianti e suoni pop di respiro più moderno; un disco ancora oggi stupefacente per bellezza delle canzoni, raffinatezza dei testi e della interpretazione vocale, qualità degli arrangiamenti.
Si arriva così al punto più alto del lavoro artistico di Andrea Chimenti, lo spettacolo “Il porto sepolto“, dove il nostro si cimenta nell’interpretazione musicale dei più bei versi scritti dal poeta Giuseppe Ungaretti. Un estratto da questo spettacolo, suonato e composto insieme a Massimo Fantoni e Matteo Buzzanca, viene pubblicato su cd nel 2002. Da allora la lunga gestazione che ha portato alla pubblicazione della nuova e attesa raccolta di canzoni di Chimenti, intitolata “Vietato morire“, anticipata dall’uscita di un cd dal vivo (“Concerto 1998“) con canzoni registrate durante la tournée de “L’albero pazzo”, disco di cui è uscita una ristampa nel 2007. Nel 2010 è il turno di “Tempesta di Fiori“, nuovo lavoro discografico in studio.
IL CONCERTO DI SABATO: Sono lontani i tempi nei quali i Moda erano una delle band di punta dal nuovo rock italiano, dividendo la scena con Litfiba, CCCP, Diaframma. Oggi Chimenti (che dei Moda era l'indiscusso leader) fa del buon songwriting preferendo (almeno su disco) sussurrare anziché incendiare, e ciò non significa che non sia in grado di provocare rivoluzioni estatiche nei nostri cuori. Andrea Chimenti è uno di quegli artisti italiani considerati intoccabili. Assieme a nomi quali Giorgio Canali, Marco Parente e Paolo Benvegnù rientra nella ristretta cerchia di musicisti alternativi che raramente hanno sbagliato un colpo e che hanno sempre mantenuto una profonda coerenza di fondo in qualsiasi progetto abbiano portato a termine.
Il concerto all'Ex Chiesa di San Giovanni vedrà Chimenti in una veste intima e poetica, solo piano e voce con qualche brano accompagnato dalla chitarra acustica. Oltre ai brani degli ultimi lavori discografici, verranno proposte molte canzoni del “Porto Sepolto” con liriche di Giuseppe Ungaretti. Il “Porto sepolto” sarà tra l'altro ristampato nei primi mesi del 2015.
Pochi cantautori riescono a comunicare la “poesia in musica” come Chimenti, il concerto di sabato sarà l'occasione per conoscere o ritrovare questo artista in una veste intima.
6 DICEMBRE 2014 ORE 21,30
EX CHIESA DI SAN GIOVANNI

POSTO UNICO €5 (Più diritti di prevendita)

PREVENDITE:
CIRCUITO BOX OFFICE TOSCANA
ON LINE > WWW.BOXOL.IT

INFO:

martedì 2 dicembre 2014

ROBERTO FRANCO: L' Opus Metachronicum di Sonia Caporossi




La breve opera di Sonia Caporossi, pur misurandosi sul terreno della citazione letteraria e della riflessione filosofica, in dodici racconti è capace di turbare l’animo del lettore, scaraventarlo in un viaggio che ha del cosmico e dell’infernale; anzi, racchiude in sé il cosmico e l’infernale, come solo un sogno può fare.
Con le loro diversioni “metacroniche”, i lori voluti lapsus metastorici e metaletterari, le rappresentazioni dei personaggi storici, mitologici e letterari raccolte nel volume sono distorte con una precisione raggelante, per aprire le loro vicende a una riscrittura che ha del narcolettico e del visionario.
E una “sovraverità”, quella che l’autrice con chirurgica sapienza dischiude, in quanto verità che opera su più piani contemporaneamente, riuscendo nell’intento di trascinare il lettore in un unico vortice di poesia, ironia e orrore che abbraccia l’intera storia umana e, non secondariamente, l’uomo stesso. 
Non è quindi una semplice “trovata” quella di un Marcel Proust che imprigiona e sevizia il suo personaggio Albertine nell’impossibile e folle intento di imparare ad amarla, ma la chiave per avere accesso a un Proust segreto, sotterraneo, letto tra le righe, spezzato e ricomposto, restituito a un suo senso più onirico. O quella di un Erostrato trasportato nel tempo, fino all’antica Grecia, da una statua di Fidia che gli mostrerà la sua imperdonabile colpa per cui egli è dannato in eterno; colpa ancestrale e inattuale, sacrilegio irrimediabile che sale fino alla nostra epoca come inconscio collettivo: la civiltà che non conosce il perdono (nel senso attuale del termine) è ancora dentro di noi, sembra l’inquietante profezia qui sottintesa.
Come non sono mere “trovate” quelle di un Monsieur Bovary, medico talmente assetato di sangue, da uccidere l’altrimenti celebre consorte per cibarsi del suo, o di un Pier Paolo Pasolini che, osservando un gatto randagio, rivive magistralmente la propria disperazione esistenziale poco prima di essere ucciso.
 Vertici poetici, esistenziali, notturni che la Caporossi raggiunge in particolare in un Prometeo che parla all’avvoltoio che lo sevizia come fosse un fratello, o in una Marguerite Yourcenar che scrive, quasi da una dimensione ultraterrena, alla compagna defunta; per non parlare di un kafkiano Stachanov rappresentato mentre, ormai cieco e sordo, scava con le unghie un cunicolo che avrà fine solo con la propria morte, per la gloria di un Partito l’appartenenza al quale basta per colmarlo di senso esistenziale.
La tessitura onirica di una storia sotterranea o addirittura “controstoria” dell’umanità, è uno dei risultati, non so quanto voluto, di questo libro incredibile, colto, ma mai arido; essa ci lascia intuire che la vena profondamente creativa dell’autrice ci riserverà altre sorprese.   

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lunedì 27 ottobre 2014

Antonello Cresti presenta il suo nuovo libro "Solchi Sperimentali" press...

ENRICO GALOPPINI: “Campi nomadi”: la soluzione arriva dalla “democrazia”!



Scandalo, orrore, apriti cielo! La proposta del sindaco di Borgaro Torinese (del Pd), appoggiata da un assessore della sua giunta (di Sel), ha suscitato – come previsto - un vespaio di polemiche.
A seguito di reiterati e continui atti di vandalismo ai danni dei mezzi della linea di autobus 69 e di soprusi nei confronti dei suoi passeggeri compiuti da residenti del “campo nomadi” ubicato lungo il percorso del suddetto mezzo pubblico, il Comune della cittadina dell’hinterland torinese ha esposto al fornitore del servizio una richiesta a dir poco “moderata”, eppure definita “scioccante”: creare due linee “separate” dello stesso 69; una per i rom, comprendente la fermata all’ingresso del loro luogo di residenza, l’altra che non comprende la predetta fermata e che perciò potrà essere utilizzata, con maggior sollievo, da tutti gli altri abitanti della zona.
Lo “scandalo” era assicurato anche nel solo pensarla una cosa del genere, tanto più che proviene da due esponenti della “sinistra”, che in via di principio dovrebbero essere “tolleranti”, “antirazzisti” eccetera.
La suprema indignazione, tuttavia, proviene più che altro, per non dire esclusivamente, dalla cosiddetta “informazione”, ma se s’interpellano i residenti di Borgaro Torinese, che utilizzano quella linea di autobus e che sono sottoposti al supplizio di dover condividere il tragitto con individui che non solo non conoscono alcun rispetto per i beni pubblici ma infastidiscono e spesso minacciano chi non è dei loro, si ottengono in maggioranza condivisione ed approvazione verso quella che è, ripetiamo, la proposta d’istituire due linee “separate” dello stesso autobus 69.
Ma attenzione all’inghippo: si tratta per l’appunto di una proposta, non di un provvedimento già preso ed operativo. Quindi, è tutto da vedersi cosa accadrà. E c’è da scommettere che, dopo questa “fiammata”, con accuse strumentali di “razzismo” e di “apartheid” per chi, in linea di principio (se non si è di fronte a tentativi di parare, con un’operazione di cosmesi politica, gli argomenti inattaccabili degli avversari politici), non farebbe altro che tutelare l’incolumità e la sicurezza dei cittadini che si trova a governare, tutto tornerà alla consueta “normalità” (si fa per dire!).
Perciò, si stia bene attenti, questa come altre volte, a scambiare le intenzioni e le anteprime con i fatti, ché questo è lo sport nazionale della cosiddetta politica italiana, il cui tempo verbale preferito è il condizionale, anche quando a parlare sono presidenti del consiglio e ministri, i quali dovrebbero disporre degli strumenti atti ad operare senza tanti giri di parole. Tant’è vero che quando un provvedimento va assolutamente preso (per servire i veri potenti che li han messi sulla poltrona), lo si fa alla faccia del “dibattito democratico” : si considerino l’euro, le “riforme” del lavoro, le “missioni di pace”, le tasse sulla casa eccetera.
Questo è dunque il primo punto: occhio a non scambiare le chiacchiere e le “polemiche” coi fatti, perché la democrazia è maestra in questo, avendo sostituito il fare col dire. Andando per di più in contraddizione coi suoi stessi assunti teorici, poiché i fatti che non si vedono mai sono per l’appunto quelli che andrebbero a beneficio dei più.
Ricordo opportunamente che la democrazia, anche se sono perfettamente edotto del fatto che persino i suoi teorici sono dei coscienti e convinti elitari, dovrebbe essere un sistema che assicura il massimo beneficio per la massima parte delle persone.
O il minimo danno per queste ultime, se più di questo non si riesce proprio a fare.
E allora, anziché perdere tempo con le linee separate (ma pagherebbero il biglietto, gli utenti del 69 “discriminato” oppure no?), le bagatelle tra “razzisti” e “antirazzisti” e l’infinito trascinarsi di una situazione a dir poco indegna ed intollerabile, gliela fornisco io una proposta per risolvere l’annosa questione non solo delle linee di autobus frequentate dai cosiddetti “nomadi” (che pullulano anche le altre, beninteso, a caccia di polli da spennare), ma della presenza di queste specie di favelas che puntualmente sorgono al limitare di zone densamente abitate da cittadini che hanno il sacrosanto diritto di vivere in pace.
Se per l’appunto la democrazia deve come minimo assicurare che l’inevitabile “male” colpisca il minor numero di persone, si prenda in considerazione – in mancanza di altri provvedimenti sempre possibili purché se ne abbia il “coraggio” – l’idea di destinare degli spazi per i predetti “campi” nelle aree a minor densità abitativa delle città italiane.
Le quali, solitamente, sono quelle dei quartieri “residenziali”, della “buona borghesia” e delle ville con videocitofono e sorveglianza “24 ore su 24”. Dove peraltro abita quella genia particolare di persone che, con la puzza al naso, è la prima a tuonare contro la “discriminazione” ed il “fascismo”, senza aver il minimo sentore di cosa sia la vita della cosiddetta “gente normale”. Quella, insomma, che tra le altre delizie della cosiddetta “accoglienza” ed “integrazione” deve sorbirsi un viaggio in autobus che ha tutte le caratteristiche di un assalto alla diligenza.
Adottando questo semplice e nient’affatto discriminatorio provvedimento (i “nomadi” vivrebbero in zone senz’altro più salubri poiché i riccastri, si sa, vivono, non solo metaforicamente parlando, in alto), i professionisti del dito puntato contro potrebbero saggiare direttamente quali vantaggi offre il vicinato di questi “ospiti”, mentre questi ultimi avrebbero a disposizione, anziché degli appartamenti dove tutt’al più possono rubacchiare qualche apparecchio elettronico e pochi spiccioli, delle ville piene zeppe di ogni ben di Dio.
Ci pensino bene i nostri aspiranti sindaci-sceriffo: eleverebbero in un batter d’occhio a cifre plebiscitarie il loro consenso. Ma chi ha davvero il coraggio di essere “democratico” fino in fondo?

 




domenica 26 ottobre 2014

Ritratto del perfetto Renziano

Chiariamo subito: Renzi non è Mussolini. Non ne ha il carisma, non ne ha il fascino. Non è nemmeno Craxi: gli manca l’autorità, la faccia tosta, la fermezza. Renzi è figlio dei suoi tempi, è figlio di Veltroni, di D’Alema, e prima ancora è figlio di Natta e Berlinguer, più che di Moro, del quale non possiede la cultura (per quanto fumosa e difficilmente verificabile) e la tendenza alla mediazione fino allo sfinimento. E’ figlio dei tempi, semplicemente. Come i suoi sponsor, in testa il famoso finanziere Serra, che personalmente ancora non ho capito che mestiere faccia, forse perché io ancora continuo a considerare giocare coi soldi una perversione e non un vero lavoro. La verità è che sappiamo tutti benissimo chi è Renzi e quello che sta facendo, e quelli che fingono di non saperlo se ne accorgeranno presto. Parlo dei suoi elettori e della stampa che lo sostiene, che Renzi tiene da conto come Stalin teneva da conto i russi: gente da mandare, come ondate di carne sacrificabilissima, a seppellire le truppe naziste sotto una valanga di sangue e intestini. Per questo non considero Renzi colpevole di nulla: si limita ad essere l’espressione dei tempi suoi, dell’invidia sociale che porta a voler distruggere i diritti altrui invece di rivendicarli per sé e per gli altri.
Renzi è solo il nostro Golem, che si limita a obbedire agli ordini che una società di schifosi gli mette in bocca.
Quelli che mi fanno davvero spavento sono i Renziani, i suoi fidi (se ne accorgerà, quanto sono fidi, alle prime difficoltà), che in molti, per pigrizia intellettuale, continuano a paragonare prima ai gerarchi, poi ai colonnelli di Fini e ai goderecci giovani craxiani come Signorile e De Michelis. Niente di più sbagliato. Se c’è invece un paragone che regge è quello con i Savianelli, le avanguardie armate di scomunica, i kmehr fucsia, del pensiero dell’incolpevole Saviano. Spesso giovani ma con un carico di paccari da levarsi da faccia tale da far pensare che abbiano vissuto almeno ottant’anni subendo le peggiori umiliazioni da parte dell’universo mondo. La sua caratteristica principale è infatti l’astio, come succedeva coi Savianelli: non mi avete mai invitato alle feste? C’era sempre qualche ragazza più carina di me? Mi prendevate a scamette perché andavo vestito comm a nu scemo? E io adesso ve la faccio pagare, adesso mi riprendo tutto con gli interessi. Come i ciccioni che dimagriscono e si sentono bellissimi anche quando continuano ad essere sovrappeso di quindici chili, sfoderano abiti improbabili, atteggiamenti da modelli che su di loro suonano ridicoli; manca loro lo sprezzo dell’estetica che faceva di quel panzone di De Michelis una figura quantomeno singolare, nel suo rifiuto puramente godereccio di aderire a un canone estetico che, semplicemente, l’avrebbe sempre visto sconfitto. Il Renziano, invece, aderisce incondizionatamente al mito fassista della Giovinezza, ma trasforma l’ardimento in una giacchetta stretta, le parole roboanti in insinuazioni da condominio. In sostanza, sostituisce l’ideale con il misero rancore verso chi, un istante prima, non si era nemmeno reso conto che il Renziano potesse avercela con lui. In questo, egli è il giovane dell’oratorio che, dall’alto della sua testolina forforosa, osserva i coetanei uscire con le ragazze e si fa l’idea che, per uscire anche lui con quelle ragazze lì, la via più breve non sia un bel mix di dentifricio e shampoo antiforfora, ma l’eliminazione dei coetanei cattivi. Al quale, però, il Renziano ambisce assomigliare più di ogni altra cosa. Mentre i craxiani erano unici e  irripetibili, anche nella loro dissolutezza da basso impero, mentre i gerarchi erano arditi disprezzatori della cultura e del potere che avevano spodestato, il Renziano ambisce alla sostituzione rancorosa. Lo status quo non gli va bene, perché non è solo il potere che gli interessa. Egli è un debole perché cerca la conferma della sua forza nella sarcastica minimizzazione dell’avversario. Nella falsa forza delle sue affermazioni c’è tutta la sua debolezza intrinseca, la debolezza di chi non è capace neanche a vincere se l’avversario, il nemico non è solo sconfitto, ma umiliato. Lo sprezzo del Renziano verso la piazza non è quello di chi è uscito vincitore dalle elezioni, ma di chi sa di poterle perdere da un momento all’altro. E la disinvoltura con cui accoglie i traditori sul carro del vincitore rivela la voglia di piacere a tutti e a tutti i costi tipica dell’adolescente rifiutato per anni dalle comitive giuste.
Si riempiono la bocca del nuovo, ma vivono in un passato nel quale si sono sempre condiderati vecchi. Vogliono a tutti i costi la vittoria con la pericolosa amarezza di chi si è sempre sentito sconfitto, ingaggiando lotte a distanza con chi non aveva idea di competere con lui. Per questo, il Renziano è pericoloso: perché è portatore di un carico di livore sociale che va molto al di là del semplice desiderio del padronato di far il cazzo che gli pare. E pericoloso perché niente è più pericoloso di un adolescente che si compra le scapre di Michael Jordan convinto che, così facendo, gli assomiglierà.
Ma guardatelo quando smette di guardarsi i piedi fasciati da gomma costosissima e, per caso, incontra uno specchio e si accorge di essere il pirla di sempre però con delle scarpe da ginnastica. Notate il barlume d’odio puro che gli brilla nel fondo degli occhi.
E correte a nascondervi. Subito.

fonte: http://www.amlo.it/?p=4527

lunedì 13 ottobre 2014

Psycho Kinder, canzoni contro la modernità!








UN VUOTO INSOSTENIBILE

https://www.youtube.com/watch?v=ojStTTs_MqU

Odio e amore

Ce li stanno negando
stiamo annegando

Appesi a normative
a reati d'opinione
bugie morali, inganni
cauti servilismi

Tutto è così vano
intorno a me
tutto sa di un vuoto
insostenibile

Famiglie decomposte
che si ritrovano a natale

Frustrazioni quotidiane
da lavoro dipendente

Competizioni disperate
per esser poco più di niente

E non rimane che la nausea
a sfogliare giorni qualunque
di una vita senza direzione

venerdì 10 ottobre 2014

DIEGO FUSARO e ANTONELLO CRESTI: (VIDEO) In difesa dell'articolo 18 ed altro







Antonello Cresti e Diego Fusaro  - Sull'articolo 18

Antonello Cresti e Diego Fusaro - Sul comunitarismo

Antonello Cresti e Diego Fusaro - La filosofia contro l'imbarbarimento linguistico e politico


Antonello Cresti e Diego Fusaro - I dominati e la morte della sinistra

riprese: Giada Caparrotta

giovedì 2 ottobre 2014

ANDREA A. IANNIELLO: Le ragioni dell'impasse culturale del nostro tempo




Oggi è comune notare l’ impasse culturale in cui si versa (e si “sversa”...), l’ inefficacia profonda di opposizioni di mere parole, dove si “abbaia alla Luna”, senza poi avere delle “ricette” diverse da quella dominanti, che poi sarebbe lo scopo vero. Infatti, tu, ad una serie epocale di fallimenti, non ti puoi opporre con la “protesta”, ma devi fornire modelli alternativi.
Cosa che oggi è impossibile: non se ne vedono, al massimo son permutazioni o fasi meno “avanzate” nella direzione della dis-soluzione.
Allora – giunti ad un tal punto terribile d’ impasse mondiale (dico mondiale, quindi non solo gli Usa ma il mondo intero, Usa compresi, ovviamente: ma, per favore, qualcuno informi qualcun altro che gli Anni Settanta son passati) – a questo punto giunti, facciamo un po’ “il punto” della situazione e cerchiamo d’individuare il “meccanismo mentale” del controllo. Solo di qui si può concretamente partire, con un minimo d’efficacia iniziale.
Oggi ci sta una cosa, un dissenso, vero o apparente che sia, e si prende posizione in base a questa cosa qui che appare: è sbagliato. Prima cosa, io ti cambio il paesaggio dell’opposizione, te lo **contro-interpreto**, e poi – poi - prendo posizione in base a ciò che **io** reputo il paesaggio della lotta.
NON MI FACCIO MANIPOLARE IN BASE AD UN’OPPOSIZONE CHE E’ COSTRUITA ARTATAMENTE. Il che mi libera nelle scelte, perché sarò disponibile a prender partito – ma tatticamente e non mai strategicamente – in base a ciò che reputerò importante, non perché io venga manipolato di qua e di là.
Strategia è la visione di lungo periodo, che oggi manca[1].
La tattica è prender posizione in base alle convenienze del momento, una tattica può contraddire la strategia i un determinato ambito e momento. Ma non può avvenire l’inverso, per la semplicissima ragione che appartengono a due ambiti e piani diversi, e gerarchicamente strutturati, dove la strategia è più importante della tattica. Solo apparentemente in modo paradossale, questo fatto libera la tattica e la rende duttile.
Viviamo un momento di grande superficialità. Ma perché mai il risorto nazionalismo orientale sarebbe un’alternativa all’America, l’America cosiddetta “potentissima”: ma se da dieci anni non ne hanno imbroccata una! E alla fine son tornati alla “guerra al terrorismo”. Ma perché? Perché non se n’è mai usciti fuori, salvo “virtualmente”, quel “virtualismo” così poco virtuoso che impesta la “nostra” tanto stupida epoca.

Uno dei pochi, pochissimi, a capire che il meccanismo di controllo era quello dell’opposizione, la mentalità hegeliana della contraddizione, seguita da una “sintesi”, falsa però, perché manipolata, fu Anthony C. Sutton[2]. Particolarmente importante è l’Introduzione (dell’edizione del 2002) ad America’s Secret Establishment: An Introduction to the Order of Skull & Bones (1983, 1986, 2002)[3], dove parla del meccanismo della falsa opposizione: “falsa” non perché non sia una vera opposizione e non generi lotte vere, ma perché non tocca il punto nevralgico, cosicché sia sempre possibile di fornire una “falsa” sintesi.
Per tirare le somme: “L’Arte della Guerra è l’inganno” (Sun Tzu). Quindi una serie di poche frasi da stamparsi sul muro:
1. Non credere ad un’opposizione che si vede: non è mai lì il punto;
2. Strillare non risolve, piuttosto analizza con calma;
3. Ragiona con la tua testa, riscopri la tua libertà di pensare secondo linee diverse da quelle che ingolfano le maggioranze: le maggioranze sono manipolate ma credersi “alternativo” non garantisce proprio nulla, se prendi posizione in base a ciò che appare;
4. Se devi prender posizione, fallo, ma tatticamente, e sempre temporaneamente;
5. La strategia supera le tattiche; la visione globale supera i fatti singoli, il pesce grande si mangia il pesce piccolo, la Grande Onda[4] ingloba le piccole ondine: non dimenticarlo mai; se l’avrai dimenticato lo farai a tuo rischio e pericolo, abbaiare alla Luna servirà solo a scocciare gli altri, ma non risolverà nulla.
La guerra sta nel cuore degli uomini, ed è lì – solo lì - che si vice o, com’è accaduto agli “alternativi”, si perde.  Mezzi sono importanti, ma solo se c’è strategia. Mezzi a iosa ma senza strategia è l’Occidente acefalo che, come un cefalo, impesta il mondo. “Ancor prima che insanguini la mia spada, il nemico si è arreso” (parafrasi di Volkoff di Sun Tzu [Sunzi in una differente traslitterazione degli stessi suoni]). E questi si son già arresi, nel momento in cui hanno accettato il paesaggio dell’opposizione che loro veniva offerto. Si sa, Pandora è la peggiore, le fiabe son piene di regali avvelenati. “Stai attento a ciò che desideri”, dice il noto adagio, “perché potresti ottenerlo”; chiaramente non nella forma che ti attendevi...
Bisogna smetterla di essere superficiali e seguire i 5 punti.
Nell’arte della guerra, la suprema raffinatezza è combattere i piani del nemico” (Volkoff/ Sunzi).
Coloro che sono esperti nell’arte della guerra sottomettono l’esercito nemico senza combattere” (idem). “Prendono le città senza dare loro l’assalto e rovesciano uno Stato senza operazioni prolungate” (id.). Si applichi questo alle “strategie” americane: guerre lunghissime[5], spesso perdenti o perse, poi mi si dica della “grande potenza”: si son ridotti a questo, e devono farlo ormai, non vi è più scelta, ma l’errore sta a monte. Dell’Europa non parlo: non c’è nulla da dire.





[1]  E per favore, non uscitevene con “si voterà su Internet nel 2030” perché questo non è altro se non il “tecnottimismo” che è una delle principali cause dell’ impasse attuale. E cioè quella direzione in cui siamo e che ha dissolto le società, ma non tutte allo stesso modo, oh no! l’Occidente indecente ben più di altre! Ed ecco la radice – vera – dei problemi di oggi, altro che continuare sul “tecnottimismo”, che ci porterà alla marginalità più assoluta e completa perché i nazionalismi orientali si son appropriati dei mezzi tecnici inaugurati dallo “sviluppo” occidentale nel XIX secolo e nel XX. Su questa via: “Game over”, come dicono i videogame sempre più vicini al “reale”, cosicché il “reale” divenga “virtuale” e cioè irreale. Ogni ulteriore spinta tecnica e sviluppo tecnologico ci portano nella direzione in cui già da tempo siamo, quella  dell’inevitabile decadenza e dissoluzione sociale europee.
[2]  http://en.wikipedia.org/wiki/Antony_C._Sutton.
[3]  https://archive.org/details/AmericasSecretEstablishmentOrderOfSkullbones, disponibile anche in altri formati, fra cui il pdf. Il riferimento è, in questa edizione in formato pdf, leggibile alle pp. 14-16 dell’ Introduzione del 2002.
[4] http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/0/0d/Great_Wave_off_Kanagawa2.jpg/1280px-Great_Wave_off_Kanagawa2.jpg.
[5]  “Ma di che rapidità stiamo parlando? Per quanto riguarda i combattimenti individuali, bisognerebbe pensare in termini di secondi. Per quanto riguarda le guerre tra nazioni, i termini di giorni. Se un combattimento dura più di un minuto tra singoli individui, o più di una settimana tra due nazioni, significa che è condotto in maniera sbagliata” (F. Lovret, L’Arte della strategia, Edizioni Mediterranee, Roma 2009, p. 85). A questo punto, ognuno potrà trarne le giuste inevitabili deduzioni a fronte di notizie ormai anche di cronaca politica mondiale... 

crac: Antonello Cresti :: Solchi sperimentali

crac: Antonello Cresti :: Solchi sperimentali: Ordina qui il nuovo libro di  Antonello Cresti Solchi sperimentali.  Una guida alle musiche altre. Solo per chi ordina da qui fino al 1...

mercoledì 1 ottobre 2014

HELENA NORBERG-HODGE: L'unica crescita auspicabile è quella della felicità








ANTONELLO CRESTI - videointervista esclusiva con la attivista ecologista HELENA NORBERG-HODGE

INGLESE con SOTTOTITOLI ITALIANI

Riprese, foto e montaggio: ANDREA RUFFI

Grazie a: GLORIA GERMANI


venerdì 26 settembre 2014

ENRICO GALOPPINI: Siamo alla frutta, eppure... la frutta fa bene!





Un fatto di scarsa rilevanza ma significativo dell’attuale clima da “crisi” è accaduto a Piacenza, dove, stando a quanto riportato da alcuni giornali, il sindaco (del Pd) e l’assessore all’Istruzione, hanno deciso di sostituire, nelle locali scuole d’infanzia, le due merende di metà mattina e metà pomeriggio con della frutta. Ciò consente un risparmio di 40mila euro annui - affermano dal municipio - in nome della “revisione di spesa” (la “Spending Review”, ndr) che tutti, dallo Stato ai condomini, si affannano a rincorrere operando i “tagli” necessari per restare dentro i famosi ed assillanti parametri e limiti di spesa.
Qui non vogliamo entrare nel merito della politica piacentina perché non la conosciamo (tutti i partiti si faranno scudo dei bambini per inscenare la solita pretestuosa ed inconcludente polemica), ma una questione va sollevata perché è d’interesse generale.
Se la frutta va a sostituire le famigerate merendine, o comunque alimenti ricchi di carboidrati, grassi idrogenati e zuccheri, ciò non può che essere considerato positivamente.
I nostri bambini, intortati dalla pubblicità e mal educati dai genitori, s’ingozzano com’è noto di schifezze che in diversi casi provocano in essi un’obesità davvero ingiustificabile. La frutta – e specialmente quella consumata fuori dai pasti – fa bene, anzi benissimo. Punto e basta.
Senza arrivare agli estremismi dei “fruttariani”, tutti quanti dovremmo consumare diverse porzioni di frutta al giorno, possibilmente di stagione e biologica, per stare in salute.
Lo sanno benissimo dove sono “più indietro” di noi. In un Paese del Medio Oriente, ospite d’un convegno, m’è capitato di trovare, ad ogni intervallo e con mia grande sorpresa, delle montagne di frutta d’ogni genere. Persino all’aeroporto i convenuti erano stati deliziati da un buffet a base di frutta.
Poi si può discutere di tutto il resto. Che il provvedimento non venga preso a scopi salutistici; che si potrebbe “tagliare” altrove; che altri disservizi del sistema scolastico non vengono affrontati eccetera.
Ma la si smetta di trovare sempre un motivo per far polemica, anche quando – quasi sicuramente per scopi che esulano da una consapevolezza di come si dovrebbe vivere sanamente – il risultato di un provvedimento in “tempo di crisi” va, provvidenzialmente, nella direzione giusta.
Poi, a costo di diventare ossessivo, è opportuno ribadire che se “non ci sono i soldi”, di questo dobbiamo ringraziare chi ci ha progressivamente rinchiuso nella “gabbia” del cosiddetto debito, di cui l’euro – come abbiamo avuto modo di dire recensendo l’ultimo libro di Claudio Moffa – è lo strumento principale.
Ma non ci s’illuda che, mentre i politici “nazionali” fanno notoriamente orecchie da mercante (o non capiscono un tubo), quelli locali prendano atto del problema dei problemi. Continueranno a bisticciare per la “merendina”, ché quello è il loro orizzonte mentale oltre il quale altro non concepiscono.

Che dire, siamo alla frutta, senz’altro, ma almeno i bambini delle scuole dell’infanzia di Piacenza, anche grazie alla “crisi”, mangeranno più sano.

mercoledì 24 settembre 2014

ROBERTO FRANCO: La verità dell'ultimo neofascista




Figura estremamente atipica e controversa, quella del terrorista nero Vincenzo Vinciguerra. Catanese di nascita, muove i primi passi politici negli anni ‘60 nell’ambito del MSI e quindi di Ordine nuovo udinese, di cui diviene uomo di punta.
Si rende colpevole di una strage quando, il 31 maggio 1972, alcuni carabinieri, avvertiti dal suo camerata Carlo Cicuttini cercano di aprire una 500 abbandonata con fori di proiettili, in località Peteano di Sagrado  (Gorizia): tre di loro moriranno nell’esplosione di quest’ultima, mentre un quarto rimarrà gravemente ferito.
Ancora nell’ottobre dello stesso anno, a scopo di autofinanziamento, pianifica il dirottamento di un Fokker 27 nel quale troverà la morte il sodale Ivano Boccaccio.
Fugge dall’Italia nel 1974 per scampare l’arresto in relazione a quest’ultimo episodio. Ritiene tuttavia  - e lo dichiarerà nel libro “La strategia del depistaggio” (Il Fenicottero, 1993) – che militari dell'Arma e servizi sapessero del coinvolgimento suo e di Cicuttini nell'attentato di Peteano. Sono troppi gli elementi a portare in quella direzione, è la sua convinzione. Intorno alla strage di carabinieri è fiorita una serie incredibile di depistaggi (non va dimenticato che le vittime erano militari e colleghi di molti fra quanti indagavano), culminati nell'attribuzione fittizia di responsabilità ad alcuni malavitosi locali, incastrati sulla base di testimonianze ben ricompensate e di indizi inesistenti.
La prima tappa della fuga di Vinciguerra è in Spagna, sotto la protezione del regime franchista. Lì, a suo dire, comprende sino in fondo le compromissioni di Ordine nuovo con il potere “democratico e atlantico” e decide di uscirne, legandosi ad Avanguardia nazionale e al suo capo Stefano Delle Chiaie, conosciuto nella penisola iberica.
Stando alla sua autobiografia, “Ergastolo per la libertà” (Arnaud, 1989), anche i rapporti con i camerati di Avanguardia nazionale non sono idilliaci, e ciò specialmente durante la latitanza argentina. Infatti dopo un soggiorno in Cile, Vinciguerra si era rifugiato a Buenos Aires. Si tratta di permanenze molto sospette per uno che afferma di avere compiuto una scelta attivamente anti-atlantista, soprattutto perché resta  inserito con funzioni operative nel network di Avanguardia nazionale e, dunque, rimane al servizio quantomeno dei regimi di Franco in Spagna e di Pinochet in Cile. Vinciguerra non ha mai spiegato interamente cosa fosse successo nei lunghi anni della latitanza: nel libro succitato sembra talora arrampicarsi un po’ sugli specchi, forse anche per la necessità di coprire persone ancora in vita.
Rientrato in Italia nel ’79, nell’84 decide di dare notizia alla magistratura (e non di “confessare”, precisa) del ruolo da lui ricoperto nella strage di Peteano. Lo fa,  a suo dire, non per “pentimento”, ma per chiarire la collusione di Ordine nuovo e del resto del neofascismo, parlamentare e non, con le istituzioni. Quelle stesse istituzioni, democratiche e atlantiste che i neofascisti asserivano invece di voler combattere. L’attentato di Peteano, secondo Vinciguerra, è stato l’unico nella triste storia delle stragi ad essere compiuto “contro” lo Stato e i suoi rappresentanti, proprio poiché rivolto a carabinieri in servizio e non a civili.
Da detenuto intraprende a quel punto una battaglia per un ergastolo che preveda la sua piena e autonoma responsabilità (non coinvolge il telefonista Cicuttini, riconosciuto in una telefonata registrata dalla polizia, finché la condanna di quest’ultimo non passa in giudicato), e la sua indipendenza dalle vergognose  omissioni e dai depistaggi da parte dello Stato - carabinieri e polizia - attuati a sua insaputa e, comunque, contro la sua volontà. Condannato all'ergastolo in primo grado, rinuncia all’appello: dichiara di voler dimostrare così di non avere ammesso le proprie responsabilità per ottenere benefici di sorta. Viene comunque trascinato in appello, dove i giudici riconfermano la condanna alla massima pena.
Da questo momento comincia una collaborazione con la magistratura: vuole far uscire allo scoperto quella che lui considera la verità, cioè la completa sottomissione del neofascismo extraparlamentare e non, alle logiche dell’atlantismo e dei suoi rappresentanti in Italia.
Darà un importante contributo allo sforzo di comprensione del giudice istruttore Guido Salvini, che grazie anche a lui può riaprire, a metà anni Novanta, i processi sulle stragi attribuite a Ordine nuovo, a partire da quella di Piazza Fontana. Anche se un solo imputato (Carlo Digilio) verrà condannato in via definitiva, la sentenza-ordinanza del ‘95 del magistrato milanese rimarrà uno spartiacque di estrema importanza nell’ambito della storicizzazione della destra eversiva.
Ma Vinciguerra rifiuterà sempre il ruolo  di “collaboratore”: non ritiene ad esempio di parlare di quei camerati che egli considera aver agito in buona fede, indicando solamente i “traditori” di un fascismo che per lui doveva essere anti-atlantico e anti-sistema. E non altro.
Ma questa strategia finisce per forza di cose per diventare troppo ambigua. Per questo, nel 1993, il neofascista interrompe per la seconda volta il “dialogo” con la magistratura. Questa volta per sempre.
Non rinuncia tuttavia a portare avanti la sua battaglia di “soldato politico” con la memorialistica. La sua ultima uscita si intitola “Stato d’emergenza” (2013, edito in proprio), e raccoglie una serie di scritti – dal 1999 al 2013 - sulla strage di piazza Fontana con l’intento di far luce sulla carneficina avvenuta a Milano il 12 dicembre 1969.
Queste episodio si colloca, secondo Vinciguerra, in uno scenario di continuità con le stragi successive: quella alla Questura di Milano (1973), dell’Italicus (1974), di piazza Loggia (1974) e finanche la strage di Bologna (1980), oltre a un gran numero di attentati falliti per cui individua vari centri operativi: Roma, Milano, Mestre-Venezia, Trieste, cui si aggiungerà in seguito la Toscana. Per lui tali attentati sono parte di un unico disegno criminoso: fa notare che gli imputati in tutti i processi scaturiti dalle indagini di Salvini sono più o meno gli stessi, e sostiene che il non raggruppare tutti i procedimenti in uno solo abbia costituito un grave handicap per l’accertamento della verità. Vedremo più in là i punti salienti di questa tesi
Innanzitutto Vinciguerra ravvisa un coordinamento fra le azioni di MSI, Ordine nuovo, Avanguardia nazionale e Fronte nazionale di Junio Valerio Borghese.
Avanguardia nazionale di scioglie nel ’65 ma solo formalmente, e i suoi aderenti finiscono in parte negli altri gruppi eversivi. Il loro scopo è soprattutto fare manovalanza “coperta” per azioni di guerra non ortodossa, come l’operazione di affissione di manifesti “cinesi” (in realtà filo-sovietici a dispetto del nome) nel febbraio ’66, promossa dal direttore del “Borghese” Mario Tedeschi per conto dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero degli Interni. Obiettivo di questa operazione è creare divisione nella sinistra.
Avanguardia nazionale non mancherà di ricattare in seguito Tedeschi (e, tramite lui, Umberto Federico D’Amato, capo dell’Ufficio Affari Riservati) su questa questione.
Ordine nuovo invece rientra nel MSI alla vigilia della strage di Piazza Fontana, per procurarsi un “ombrello” parlamentare in vista del piano eversivo. Il Movimento politico ordine nuovo di Clemente Graziani si scinderà dalla casa madre solo formalmente, mentre nel dicembre 1968 si costituisce ufficialmente il Fronte nazionale di Borghese, il cui fallito golpe della fine del ‘70 è ritenuto da Vinciguerra un mero tentativo di replica di quello programmato per il fatale dicembre del ’69.  
La famosa velina del Sid che a ridosso della strage del 12 dicembre indica in Mario Merlino, Stefano Delle Chiaie e Yves Guérin Sérac i responsabili degli attentati di Roma, non è frutto di una trappola del servizio militare - da cui Ordine nuovo dipende -   contro Avanguardia nazionale (facente capo al Servizio civile), ma rappresenta una forma di “avvertimento” e di “ricatto”. Per il fascista catanese, nonostante la rivalità tra i due gruppi extraparlamentari (che culminano persino, a suo avviso, nell’uccisione di Carmine  Palladino figura di prestigio di Avanguardia nazionale, da parte dell’ordinovista Pierluigi Concutelli nel  carcere di Novara, nel 1982), le relative azioni  sono state sempre parte di un unico disegno. Resterebbe da spiegare come mai per alcuni anni dopo l’assunzione di responsabilità su Peteano, Vinciguerra si consideri ancora legato ad Avanguardia nazionale e lanci le sue accuse praticamente solo verso Ordine nuovo.
Secondo lui il modello dell’atto terroristico da attribuire ad anarchici o comunisti (con successive e violente manifestazioni in piazza del MSI e la proclamazione dello stato di pericolo pubblico da parte del Presidente della Repubblica) sarebbero gli obiettivi di tutte le stragi. Obiettivi peraltro simili in parte alle vicende di sangue che ebbero luogo durante il governo Tambroni del 1960, appoggiato dal MSI.
La visita in Italia del Presidente americano Nixon il 27 febbraio del 1968 è costellata di violente manifestazioni in piazza e attentati, mentre il Secolo d’Italia dedica un’intera pagina del giornale ad avvertire il Presidente repubblicano che “l’Italia si prepara a tradire gli impegni atlantici sottoscritti con gli Stati Uniti e portare i comunisti al potere”. E’ probabile che, a detta dell’autore, anche a causa di questi eventi, Nixon dia a Saragat un assenso di massima al Regime change – non si sa quanto “soft”, che si va preparando nel Paese.
Saragat, infatti, a ridosso della strage del 12 dicembre 1969, tenterà di proclamare lo stato di “pericolo pubblico”, con sospensione delle garanzie costituzionali; ma sarà bloccato dal veto dell’allora Presidente del Consiglio Mariano Rumor (insieme al Ministro degli Interni Restivo), che compie anche la mossa decisiva (forse suggerita indirettamente dai servizi segreti britannici) di vietare le manifestazioni in piazza su tutto il territorio nazionale, vanificando così totalmente la strategia del “Partito del golpe”.
Ed è proprio questa per Vinciguerra la ragione principale  per cui Mariano Rumor sarà oggetto di un attentato a Milano il 17 marzo 1973, durante la cerimonia di scoprimento di un busto del commissario Calabresi. L’attentatore, il sedicente anarchico Gianfranco Bertoli, lancia una bomba a mano ma manca il bersaglio, provocando però una cinquantina tra morti e feriti.
Nonostante le rivendicazioni offerte –  l' attentato sarebbe stato di stampo anarchico, rivolto contro la memoria di Calabresi per vendicare Pinelli -  Bertoli ha sicuramente lavorato per il SIFAR, è stato membro del movimento golpista Pace e libertà di Edgardo Sogno, ed era in contatto con militanti francesi di Jeune Révolution, oltre che con gli ordinovisti veneti.
Questa strana “doppia” natura di Bertoli può ricollegarsi a quanto suggerito da Vinciguerra in un'altra parte del libro: ovvero l'esistenza di una minoranza di anarchici che non solo per questioni filosofiche, ma politiche (le persecuzioni da parte dei comunisti),in quegli anni potrebbero essersi schierata con l’estrema destra.
In questo elenco egli non pone però Valpreda: secondo il neofascista siciliano, questi non sarebbe mai stato un anarchico, ma uno sbandato perfettamente a conoscenza della militanza di Merlino in Avanguardia nazionale. “Si dimentica” dice l’autore in proposito “ che il presunto “fascista” e il presunto “anarchico” (Merlino e Valpreda, NdR), nei loro interrogatori hanno mantenuto all’unisono una comune linea di accusa contro gli anarchici. Insieme accusano Ivo della Savia di detenzione di esplosivi, e Pietro Valpreda offre alla polizia addirittura la soluzione del caso: il 9 gennaio 1970, difatti, indica in tale “Gino”, facilmente individuabile, il suo sosia cha avrebbe portato la bomba all’interno della Banca dell’Agricoltura di  Milano.” Si tratta di Tommaso Gino Liverani, anarchico anche lui.
Sono quindi forti (anche pur sempre passibili di critica) le argomentazioni che Vinciguerra porta a sostegno di uno stretto legame tra la strage alla Banca dell'Agricoltura a Milano e la strage alla Questura della stessa città.
Meno convincenti, invece, sono le sue tesi circa un parallelismo tra la strage di Piazza Fontana  e  la manifestazione missina del 14 dicembre - poi vietata da Rumor – con i fatti del ‘73 che egli ritiene corrispondenti: la mancata strage del 7 aprile sul direttissimo Torino-Roma (un evento in cui Nico Azzi, legato all'organizzazione milanese Fenice di Giancarlo Rognoni, si fa esplodere una bomba in mano nel tentativo di innescarla, dopo aver fatto bella mostra del giornale “Lotta continua”), e ai successivi incidenti alla manifestazione missina del 12: i lanci di bombe SRCM da parte di neofascisti di San Babila al seguito dei quali perde la vita l'agente di polizia Antonio Marino. Bombe che risulteranno poi fornite dallo stesso Azzi
La tesi dell’appartenenza dei due delitti a un unico piano è stata fatta propria anche da studiosi di vaglia come Franco Ferraresi; ma pure ammettendo l’esistenza di un complotto originario, i missini avrebbero proseguito nel proprio piano anche dopo avere ottenuto, con Azzi, il risultato opposto a quello auspicato, cioè la dimostrazione definitiva dinnanzi al popolo italiano che i fascisti (o alcuni di essi perlomeno), mettevano le bombe? Sarebbero stati tanto autolesionisti, i missini, da mandare i sanbabilini a tirare bombe proprio in un frangente del genere (per denunciarli poco dopo)? E, infatti, a ridosso di quei tragici fatti il MSI rischia lo scioglimento.
Ci sarebbe ancora molto da dire sul libro di Vinciguerra, soprattutto sugli acuti spunti di indagine che egli riesce ancora a offrire su Piazza Fontana. Ho scelto gli episodi sopra commentati per rilevare da un lato la logica e la sapienza dell’autore nel porre determinati temi, dall’altro la sua tendenza al ragionamento induttivo, per cui, trovato un dato schema, tende a replicarlo ad libitum. Forse perché l’intento di Vinciguerra,  prima ancora di offrire una verità disinteressata a costo di un ergastolo, è quello di lasciare un’eredità politica di “lotta”: tra coloro che ripongono fiducia in lui e nella sua ricostruzione si contano la Comunità Politica di Avanguardia e la Federazione nazionale combattenti della Repubblica Sociale Italiana.
Vinciguerra si proclama a tutt'oggi un nazionalsocialista e non indifferenti a questa scelta sembrano i suoi  attacchi antisemiti, spesso al limite del grottesco.
Restano i dubbi sul personaggio. Che cosa ha fatto realmente negli anni di latitanza e perché, pur costituitosi nel ’79, ha parlato di Peteano solo nel 1984? Cosa nasconde il suo strano rapporto con Delle Chiaie? E’ da ribadire, inoltre, che nessuno, oltre lui e Digilio, è stato condannato con sentenza definitiva nei processi originati, del tutto o in parte, dalle sue rivelazioni. Ma l’assurdo boicottaggio di cui è fatto oggetto, in primis dal sistema carcerario, va contro il diritto di verità di un intero popolo. La mancanza di un vero editore per questo libro ce lo ricorda.
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